Zapruder
n. 1, pp. 72-87
Carla Pagliero
La scena del conflitto. Il teatro in piazza del Living Theatre
Parafrasando il confronto che l'Alberti fa tra la casa e la città, si potrebbe dire che se il teatro è una città virtuale nello stesso tempo la città è un teatro potenziale. Le tradizioni, il tipo di vita, le strutture urbane di una città formano gli atteggiamenti dei suoi abitanti e disegnano, giorno dopo giorno, quegli aspetti caratteristici che rendono unici e irripetibili i luoghi, i quartieri delle città, i cittadini. Sono aspetti che non si possono ridurre a differenze di dialetti, di usi, orari, arredi urbani e colori, ma che sono tutte queste componenti e ancora altre messe assieme e fuse in un unico spettacolo del quotidiano.
Che tutto il mondo sia un gran teatro, in fondo, è cosa abbastanza scontata. Ognuno di noi recita la sua parte e la città assume l'aspetto di un grande palcoscenico naturale. Si pensi alle scene che si svolgono quotidianamente in una città: al mercato, nelle piazze, per le strade, nei parcheggi…
Non mancano gli attori celebri, le "prime donne": come non citare un Reagan, ex attore, o Hitler andato a scuola di recitazione per studiare meglio il look dittatoriale da proporre alla popolazione tedesca affascinata: il risultato tragico sono le folle inquadrate dal nazismo e un uso della città come teatro che aveva caratterizzato già le città tedesche della repubblica di Weimar e, anni prima, le città russe percorse dalle manifestazioni popolari che preparavano la rivoluzione d'ottobre.
Nel 1916 Hugo Ball, fondatore e anima del Cabaret Voltaire e del movimento Dada di Zurigo, parlava di "riportare il gesto provocatorio direttamente là dove esso ha origine", cioè dal teatro alla città. Majakowskj, alla vigilia della rivoluzione russa, passeggiava per Mosca con il volto dipinto e un mestolo all'occhiello a rappresentare l'uomo-cosa che si cala nella realtà di una città piena di cose in rivolta contro l'uomo che le ha costruite.
Gli sconfinamenti e le contaminazioni fra la dimensione teatrale e quella
quotidiana sono frequenti e ricorrenti nel tempo. La città barocca, afferma
Christian Norberg-Schulz, è un grande teatro in cui a ciascuno è assegnata
una parte specifica. D'altra parte a passare per certe calli veneziane
è facile rivivere l'atmosfera settecentesca delle commedie di Goldoni,
così come a passare per i quartieri spagnoli a Napoli si incontrano personaggi
che sembrano essere appena usciti da una commedia di Edoardo. Il campiello
di Goldoni, rappresentato per la prima volta a Venezia in occasione del
Carnevale del 1756, riporta la città nel teatro. Protagonista della commedia
è il campiello, la piazzetta veneziana-unità minima della società urbana,
dove si svolgono episodi di un teatro quotidiano e popolare fatto di chiacchiere,
pettegolezzi, conflitti, sentimenti.
Se nella commedia ritroviamo riflessi i modi della realtà urbana, spesso nell'architettura e nella progettazione urbana si ricorre agli strumenti classici del teatro per allestimenti effimeri e non. Alcuni episodi progettuali importanti delle città del Seicento e del Settecento, come la Fontana di Trevi, Piazza Navona, la scalinata di Piazza di Spagna, il colonnato berniniano di Piazza San Pietro, sono stati disegnati proprio con l'occhio rivolto alla finzione scenica, alla volontà di stupire e affabulare tipica della dimensione teatrale. Negli anni settanta, Renato Nicolini, architetto e assessore comunista romano, ripropose la tradizione effimera e teatrale delle piazze barocche cercando di ricostruire il consenso attorno alle istituzioni e all'immaginario urbano, profondamente offeso e sconvolto dalle violenze degli scontri di piazza di quegli anni.
Nella città, d'altra parte, la piazza ha sempre avuto connotazioni profondamente legate ai sistemi di potere, basti pensare all'articolazione delle piazze medievali che ruota attorno alla triangolazione dei tre poteri forti: la Chiesa, i mercanti, l'amministrazione pubblica, che hanno il loro centro ideale e simbolico nella piazza del duomo, nella piazza delle erbe, nella piazza del palazzo civico. È il luogo dove si costruisce l'afflato unitario e a volte esaltato attorno ad un leader, si manifesta lo spirito collettivo, si consuma il rito antico del sacrificio catartico e/o espiatorio. Se il popolo fruisce la piazza come luogo collettivo della socializzazione e del ritrovarsi assieme, il potere ne legge e strumentalizza le potenzialità di coesione narrando un immaginario che va a disegnare con gli strumenti più opportuni avvalendosi delle armi della spettacolarizzazione.
Diversa la situazione dei nuovi quartieri periferici, quelli per intenderci
sorti all'insegna del funzionalismo, dove le piazze e i luoghi pubblici
assumono configurazioni formali di tipo astratto-geometrico, pure convenzioni
grafiche progettate a tavolino, realtà dove mancano generalmente spazi
pubblici che abbiano un aspetto sociale vero e vissuto e dove sopravvivono
a stento e con grande malinconia alcune zone temporaneamente autonome,
piccole realtà sociali sparse in modo frammentario sul territorio grazie
all'iniziativa di piccoli gruppi, centri sociali occupati: isole urbane
di resistenza esistenziale(1).
Sempre nella dimensione dello spazio frammentario della città moderna
Massimiliano Fuksas inserisce la piazza-forum virtuale che si
costruisce nello spazio web, dove le persone spesso si incontrano in una
dimensione astratta e informale, comunicando a distanza senza vedersi
e conoscersi fisicamente, utilizzando linguaggi e simboli comuni.
L'idea di frammentazione è entrata in questi ultimi vent'anni a far parte
in maniera prepotente del nostro immaginario culturale e del disegno che
ci costruiamo mentalmente della città: come intuiva brillantemente Vittorio
Gregotti in un bell'editoriale del 1984 per la rivista Casabella:
"Si parla molto - scrive Gregotti - anche in architettura, di frammentazione,
di "pensiero debole", disponibile alla variazione, non in quanto corrispondente
ad un temporaneo stato di crisi ma come momento nuovo, e probabilmente
di lunga permanenza, di una diversa procedura del pensiero e quindi anche
del progetto"(2). Da questo punto di vista la piazza è luogo del frammentario
per eccellenza e ripensarla vuol dire confrontarsi con un caleidoscopio
di ipotesi, di suggestioni, di vissuti collettivi diversi e variegati
che fanno della piazza il luogo delle potenzialità.
Le zone temporaneamente autonome che gli individui costruiscono nello scenario urbano sono segni di riappropriazione spontanea, e spesso non consapevole, dello spazio come nel caso delle manifestazioni spontanee di piazza.
Il teatro di strada
Il teatro di strada, fenomeno che negli anni settanta si è andato diffondendo
come pratica artistica e politica, si è spesso assunto il compito di dare
consapevolezza a questi fermenti spontanei ed estemporanei offrendo strumenti
per l'uso pubblico della piazza e della città, proponendo elementi di
cambiamento e progettando scenari nuovi all'interno del vissuto quotidiano(3).
Da questo punto di vista il percorso del Living Theatre, gruppo teatrale
americano, è particolarmente significativo di una proposta estetica dove
prassi politica, artistica ed esistenziale diventano un tutt'uno e si
pongono esplicitamente come obiettivo il miglioramento della società e
dell'uomo attraverso tecniche di rappresentazione che vanno dallo psicodramma
al teatro di strada, attraverso la rielaborazione di meccanismi della
comunicazione mutuati dalla tradizione religiosa e rituale orientale,
africana, latino-americana.(4)
L'occupazione, nel maggio del 1968, del Teatro dell'Odeon di Parigi, scrive
Julian Beck leader del gruppo del Living Theatre, "è stata la cosa più
bella che abbia mai visto in un teatro"(5) in quanto i teatri devono essere
luoghi al servizio del popolo, dove le persone si riuniscono non per vedere
le rappresentazioni dei miti borghesi, ma per interpretare, per progettare,
per creare il sogno della rivoluzione.
Il maggio francese è per il Living Theatre un'esperienza esaltante, vissuta
come la premessa di una prossima, mitica rivoluzione popolare, che condizionerà
fortemente la loro prassi teatrale e il loro stile di vita. Le rivolte
studentesche, le barricate, le manifestazioni di strada appaiono agli
occhi degli attori del Living come unico, vero teatro, spettacolo autentico,
in contrasto con le ipocrisie che si portano in scena nei teatri borghesi.
Un "teatro libero" senza schemi, canovacci, falsi ruoli: insomma il teatro
ideale, realistico che Julian Beck e Judith Malina, sua compagna nella
vita e sul palcoscenico, e il loro collettivo perseguivano da tempo: "Teatro
azione che va oltre l'occhio e il corpo, che non si limita a vedere ma
agisce". In quei giorni sulle barricate si recitava uno spettacolo eroico,
dove ogni personaggio aveva scelto il proprio ruolo, l'oggetto della rappresentazione
era la ribellione contro le forze repressive, dice Julian Beck in un'intervista
alla rivista americana "Yale/Theater"(6). Il compito che il Living si
assume, in questo momento, è quello di affiancare la lotta degli studenti
con gli strumenti a loro disposizione: stampando manifesti, poesie, recitando
spettacoli nelle strade.
Paradise, Now!
Paradise, Now! forse l'opera teatrale più emblematica del '68,
nasce in questo contesto. L'idea che ispira il testo teatrale è l'utopia
della "Bella Rivoluzione Anarchica Nonviolenta". "Il teatro è il Cavallo
di Legno per prendere la città", scriveva Beck nel 1967, e dobbiamo fare
in modo che "tutti i soldati si dimettano, tutte le porte si aprano, tutti
i fucili vengano accecati, tutta la gente abbia da mangiare e tutti gli
assassinii finiscano. Questa la sceneggiatura/ per l'unico spettacolo/
che mi interessa". Paradise, Now! è concepito come un percorso
politico spirituale sulla strada che conduce alla rivoluzione. Un percorso
da effettuare per tappe sull'esempio dei rituali religiosi, dove la liberazione
di tutti gli uomini, rappresenta l'ultimo atto (non ancora realizzato),
l'ultimo gradino di una scala simbolica verso la rivoluzione. Nell'opera
confluiscono atteggiamenti ideologici e suggestioni mistiche diverse che
danno un respiro cosmopolita e spirituale al programma rivoluzionario.
L'uso de I Ching(7), ad esempio, suggerisce agli spettatori il
senso dell'armonia che esiste fra dimensione casuale e realtà, così la
scala attraverso la quale, piolo dopo piolo, si arriva alla rivoluzione
si ispira agli Hasidim(8), che concepivano la vita come una scala da percorrere
tra la terra e il cielo, senza una successione prestabilita, un punto
di partenza, una direzione. Il viaggio che il popolo deve fare verso la
rivoluzione cercando di attivare le capacità che esistono al suo interno
attraverso procedimenti rituali che portano alla consapevolezza, trova
la sua fonte ispiratrice nel viaggio di Kundalini(9), la forza che esiste
in tutti gli uomini per raggiungere la piena "consapevolezza" e l'unione
con la "beatitudine suprema", energia che si attiva attraverso la pratica
yoga e la meditazione. Il ricorso alla Kabbalah(10), infine,
porta a comparare i dieci attributi (Sefiroth) dell'"unità suprema"
(il "santo uno") e le componenti del corpo umano.
La struttura rappresentativa è schematizzabile con una scala di otto gradini,
composti ognuno di tre momenti, che fanno ricorso a modi diversi di approccio
con il pubblico: il rito, la visione, l'azione. Il rito è un occasione
di riflessione degli attori, un momento di meditazione attraverso lo yoga.
La visione è il momento di confronto con il pubblico, le visioni sono
sviluppate come tableaux vivants, gli attori sono in piedi, a
braccia alzate: totem umani. L'azione è, invece, un invito esplicito rivolto
al pubblico perché partecipi alle situazioni suggerite nelle varie scene.
Le varie parti dell'opera venivano adattate alle situazioni che si venivano
a creare durante le manifestazioni, un work in progress dove
agli attori era lasciato il compito di stimolare le reazioni del pubblico.
Il testo, una creazione collettiva del gruppo, venne allestito nel luglio
del '68, in occasione del Festival di Avignone. Come si può facilmente
intuire, l'happening provocò nette opposizioni e lo spettacolo
divenne l'occasione, in prima istanza, di uno scontro duro tra le varie
componenti politiche. Il Living richiese la partecipazione aperta del
pubblico e l'ingresso gratuito e lo spettacolo in quell'occasione si trasformò
in uno scontro aperto con le istituzioni e le forze dell'ordine, con gli
attori del Living che cercavano di coinvolgere il pubblico presente e
quello rimasto fuori dei cancelli: un invito esplicito all'azione, a muoversi,
ad agire. Le parole/slogan finali: "Il teatro è nella strada. La strada
appartiene alla gente. Liberate il teatro. Liberate la strada. Cominciate",
avrebbero dovuto segnare l'inizio del vero spettacolo; la rivoluzione
che incomincia dalla strada con la partecipazione popolare. In realtà
accadeva che, scemata la spinta emotiva iniziale, gli attori non riuscivano
a coinvolgere gli spettatori, spaventati all'idea di essere coinvolti
attivamente nello spettacolo e impauriti di fronte alla novità della situazione.
In questo senso, l'esperimento Paradise, Now! non può considerarsi
un esperimento riuscito, tuttavia la sua importanza nella storia del teatro
degli ultimi quarant'anni è davvero significativa, anche se la sua "qualità
magica", come scrive Massimo Dini, si dissolve quando viene a mancare
la componente essenziale dell'opera: la partecipazione del pubblico(11).
Lo spettacolo venne successivamente portato in giro in America e in Europa,
suscitando ovunque reazioni piuttosto dure: il nudo esibito, le idee trasgressive,
l'aria elettrica che accendeva le rappresentazioni, andavano a cozzare
in maniera evidente con un certo modo di pensare che permeava la società
borghese e bigotta di allora. A Torino - dove si svolse la prima rappresentazione
italiana di Paradise, Now! -- lo spettacolo, dopo essere stato
programmato al Teatro Alfieri e poi sospeso dalla direzione per motivi
di ordine pubblico, venne riproposto all'Unione culturale, rimasto poi
negli anni successivi, assieme al Cabaret Voltaire di Edoardo
Fadini, referente di una cultura alternativa e libertaria. A Roma, la
rappresentazione, nella Facoltà di Legge, una delle sedi storiche delle
assemblee romane, fu interrotta dalla polizia, giudicata oscena e il Living
venne addirittura espulso dall'Italia. Dal 23 luglio 1968 - giorno della
prima rappresentazione ad Avignone - al 10 gennaio 1970 Paradise,
Now! venne rappresentato ottanta volte.
Tornati negli Usa nel settembre del '68 per una breve tournée, infervorati
dall'esperienza del maggio francese e di Paradise, Now!, i membri
del collettivo si trovarono di fronte a una situazione politica e culturale
più dinamica e contraddittoria rispetto a quella europea. Alcuni gruppi
che, come Beck e Malina, negli anni '50 erano stati sostenitori di nuove
forme artistiche poi confluite nell'Off Broadway - il movimento
dell'avanguardia teatrale americana, che recitava in circuiti teatrali
non ufficiali, fuori Broadway appunto - erano stati contaminati da un
rigurgito commerciale; altre troupe si trovavano invece ad affrontare
la contraddizione fra il perseguire l'obbiettivo di un teatro d'azione
da portare nelle strade e il proclamare tutto ciò, comunque, in una struttura
teatrale. Si avviò un acceso dibattito fra i gruppi dell'avanguardia teatrale
e il gruppo di intellettuali che ruotavano attorno al movimento. Per il
Living le contraddizioni fra teoria e pratica di teatro rivoluzionario
si evidenziarono in progressione e culminarono proprio durante le rappresentazioni
di Paradise, Now!, quando gli studenti contestarono al collettivo
di portare il loro spettacolo in giro per teatri invece che nelle fabbriche
e nelle strade. "Noi - scrive Beck - che dicevamo a una società: "Respingi
le strutture, effettua la metamorfosi, abbandona il bozzolo, tiratene
fuori", eravamo ancora lì, ancora dentro i teatri: gli studenti ci stavano
aggredendo con la verità: dovevamo uscirne fuori"(12).
Lo scioglimento del gruppo: verso un teatro-azione
Il Living ha in cantiere un nuovo progetto: La città assoluta,
una serie di performance da recitare in giro per strade, piazze,
mercati, fabbriche, supermercati, metrò, scuole, vetrine, parchi, cortili,
vicoli. Obbiettivo: un teatro migliorativo, didascalico, che intende "cambiare
le vibrazioni della città. Lampeggiare consapevolezza nella strada", un
teatro che abitui la gente all'azione. Portare a compimento il progetto
de La città assoluta risulta però impossibile senza cambiare
la struttura operativa di base: il collettivo stesso. Così il gruppo decide
di sciogliersi e di ricostituirsi in cellule: quattro, come i vari orientamenti
presenti all'interno del collettivo stesso. L'annuncio dell'evento venne
dato a Berlino, nel 1970, in concomitanza con l'ultima rappresentazione
di Paradise, Now! portata in scena dal collettivo al completo.
Una cellula, quella formata da Julian Beck e da Judith Malina, scelse
come quartier generale Parigi e decise di darsi delle indicazioni operative
sostanzialmente politiche perseguendo forme teatrali di strada. Una seconda,
con sede a Berlino, decise di continuare a lavorare su una ricerca di
tipo environmentale. Una terza si stabilì a Londra. Una quarta,
infine, decise di approfondire la ricerca sui valori spirituali orientali
e la pratica Yoga, operando sempre e comunque al di fuori dei circuiti
teatrali ufficiali.
Lo scopo della scissione era quello di appoggiare le forze rivoluzionarie
e di trasformare la struttura "burocratica-autoritaria-poliziesca": per
far questo era necessario uscire dal luogo-teatro, "trappola architettonica",
dove l'uomo di strada non può entrare. Bisognava abbandonare i teatri,
creare un teatro per l'uomo della strada. Creare l'azione: "la forma più
alta di teatro", trovare nuove forme dove l'arte possa servire le esigenze
del popolo. La prima occasione per realizzare teatro d'azione in strada,
dopo la scissione del gruppo, si presenta a Parigi. Il pretesto: l'aumento
delle tariffe del metrò. Il Living allestisce brevi performance
da effettuare nelle stazioni del metrò, ma il progetto naufraga alla prima
uscita e si conclude con dodici arresti. Subito dopo Beck e il suo gruppo
partono per una tournée in Brasile. L'intenzione è di lavorare nelle favelas
a contatto con l'umanità misera e disperata dei ghetti brasiliani, quella
realtà scomoda che nessuno vuole vedere e che nessuno ha interesse a testimoniare.
È un teatro di trincea quello che si va mettendo in scena, un teatro che
tocca i temi più umili e quotidiani e li converte in categorie generali
e assolute: il Potere, il Denaro, l'Amore, la Guerra, la Morte, la Proprietà.
Il progetto consta di due fasi: una propriamente informativa e di sensibilizzazione
e una successiva operativa, l'ideale è la "Bella Rivoluzione Anarchica
Nonviolenta", cui seguirà una "vita armoniosa e libera mentalmente, fisicamente,
sessualmente". In sostanza alla gente per strada si cerca di dire che
il denaro non è importante, che si potrebbe anche vivere senza, perché
l'esistente sarebbe sufficiente per tutti, che non è il caso di ammazzarsi
di lavoro, che è importante anche lo svago; che si potrebbe vivere autogestendo
il proprio lavoro e in collaborazione amichevole; che si dovrebbero abolire
governo, polizia, eserciti, proprietà, prigioni, istituzioni ("prigioni
mal dissimulate"), consumismo, pubblicità, guerre, nazionalismi, tutti
quei valori e quei bisogni che nascono da una struttura sociale che produce
odio e lavori inutili.
L'eredità di Caino
La pratica del teatro di strada è la conclusione coerente e necessaria
di un discorso portato avanti con una logica quasi messianica, che coinvolge
in maniera totale il vissuto pubblico e privato, il rapportarsi, come
singole persone e come collettivo, con l'apparato repressivo con un atteggiamento
di sfida palese, ben sapendo che ciò vuol dire subire una reazione violenta
e ottusa che si manifesta con boicottaggi burocratici, pestaggi, arresti,
processi e condanne: sono gli anni de L'eredità di Caino, un'opera
da rappresentare nelle strade e in luoghi non teatrali, che riprende il
discorso iniziato con Paradise, Now! e proseguito con La
città assoluta. Anche questo lavoro è pensato come work in progress
e incomincia a prendere forma in Francia sul finire del 1969 ma assume
una dimensione teatrale vitale solo dopo l'esperienza fatta nelle favelas,
in mezzo al vissuto disperato dei ghetti brasiliani.
L'eredità di Caino è concepita come una costellazione formata
da centinaia di stelle: "una costellazione che brilla dentro una città
o un villaggio"(13) diventandone il suo "doppio" e assumendo, quindi,
di volta in volta un volto diverso. I pezzi del ciclo, un centinaio di
performance diverse per stile, linguaggio e lunghezza (alcune
durano pochi minuti, altri diverse ore) vengono rappresentati fra il 1970
e il 1978. Sono destinati a quelle persone che non hanno l'occasione di
andare a teatro per motivi economici e di cultura. L'intento è quello
di creare un clima partecipativo che stimoli la gente stessa a riscoprire
e reinventare la propria identità e la propria cultura. La scenografia
è scarna, essenziale, vengono sfruttati gli elementi esistenti, i corpi
stessi diventano oggetti di scena. Il tema è il rapporto che si instaura
fra padrone e schiavo, o, più genericamente, fra carnefici e vittime,
fra chi comanda e chi subisce: un rapporto basato su un legame di tipo
sadomasochistico. L'argomento si ispira al progetto omonimo dello scrittore
austriaco Sacher-Masoch: tutti gli uomini sottostanno alla legge della
violenza, usata da chi comanda, ma anche accettata, quasi con compiacimento,
da chi subisce. Questa violenza si manifesta sotto varie forme: il potere
dello stato, il rapporto amoroso, il denaro, la proprietà, la guerra o
il militarismo, la cultura della morte. Il padrone, invidiato dallo schiavo,
costituisce ai suoi occhi un modello da imitare, un esempio di saggezza,
bellezza, perfezione. Alla fine, nella saga di Masoch, il padrone uccide
lo schiavo consenziente. Lo scopo perseguito dallo scrittore austriaco
è quello di capire e di svincolarsi da questo tipo di rapporto violento
partendo dalla comprensione della componente di amore-odio esistente fra
le persone sottoforma di violenza psico-sessuale.
L'eredità di Caino si presenta come una sorta di psicodramma
dove gli spettatori dovrebbero raggiungere consapevolezza delle proprie
frustrazioni e trovare, quindi, anche se non necessariamente, la capacità
di superarle. I pezzi riprendono i temi del ciclo di Masoch, e utilizzano
lo stesso schema di intreccio reciproco fra le varie forme di repressione,
ma vengono pensati per essere riformulati a seconda delle occasioni, diventando
quindi ogni volta una rappresentazione diversa che vuole rispecchiare
la realtà contingente. È il caso di Oratorio di appoggio a uno sciopero,
rappresentato a Reggio Emilia in favore degli operai di una fabbrica che
erano stati licenziati.
Nel 1975 il Living partecipa alla Biennale di Venezia portando tre pezzi
del ciclo: Sette meditazioni sul sadomasochismo politico, La torre
del denaro, Sei atti pubblici(14).
Le Sette meditazioni sono concepite per spiegare il progetto de L'eredità
di Caino e il concetto di meditazione. I registri della narrazione
si avvalgono dei modi e dei rituali religiosi e magici. Le azioni e i
gesti sono ripresi dagli esercizi di biomeccanica di Mejerchol'd: gli
attori assumono delle posizioni che poi mantengono per alcuni secondi.
L'uso dei colori rosso e nero richiama al simbolismo anarco-comunista.
Il dramma si presenta come un percorso attraverso una serie di riflessioni
legate fra loro che portano gradualmente alla conclusione che è doveroso
e necessario realizzare il sovvertimento, liberare gli oppressi, cambiare
il mondo. Sei atti pubblici ha una struttura rituale ed itinerante,
si presenta come una sorta di via crucis condotta dagli attori
del Living lungo un percorso urbano che rappresenta il canovaccio portante
dello spettacolo. Durante il percorso si toccano i luoghi-simbolo del
potere, diversi di volta in volta così come diversa è la successione delle
case. A Venezia lo spettacolo iniziava in piazza San Marco, si spostava
poi alla Borsa (la Casa della morte), quindi davanti ad una banca (la
Casa del denaro), a una Compagnia di Assicurazioni (la Casa della proprietà),
per ritornare poi in piazza San Marco, davanti alla Basilica (la Casa
dello Stato) dove veniva rappresentato il rito dell'offerta del sangue,
per toccare ancora una stazione di polizia, nei pressi della piazza, che
rappresentava la Casa della guerra. Il dramma si concludeva a piazza San
Marco, davanti a Palazzo ducale, dove veniva presentata la scena della
Casa dell'amore. Lo spettacolo durava circa quattro ore. Gli attori ponevano
al pubblico delle domande allo scopo di suscitare una meditazione collettiva:
"Che cosa è la proprietà?", "Chi controlla?", "Chi è controllato?", "Cos'è
la violenza?", "Come possiamo liberarci dai nodi che ci legano?".
Un uomo con un megafono, lo Sciamano del tempo, annunciava l'ora ogni
15 secondi, ripetendo ossessivamente "exactly", e accordando il proprio
tono di voce con il carattere della scena. Dal luogo di ritrovo-preambolo
lo spettacolo si muoveva lungo le varie case-simbolo, come una processione,
mentre gli attori si immobilizzavano in tableaux vivants mimando
scene di dolore e disperazione.
Gli anni del "riflusso"
Gli anni ottanta segnano per gli attori del Living una lunga fase di riflessione.
In un appunto del 30 gennaio 1982, Beck si lamenta di non avercela fatta
e di aver fallito "la campagna italiana e aver perso la rivoluzione culturale"(15).
Sono anni difficili per chi come lui aveva creduto in una possibile "Bella
Rivoluzione Anarchica Nonviolenta": i tempi non sono maturi. "Il teatro
è di nuovo nelle mani della borghesia"(16), scrive nel 1983, e, in una
riflessione del 1979: "Le rivoluzioni falliscono, non accade nulla, il
mondo sta cedendo, si sta spaccando e noi ne saremo vittime, indossavamo
persino colori dell'arcobaleno e un quinto della nazione fumava erba,
la forma che cambia il contenuto non era ancora cambiata abbastanza"(17).
Il finale stesso di Sei atti pubblici era emblematico dell'aria
che si respirava sul finire degli anni settanta. Gli attori alla fine
della performance gridavano alla gente "Siete liberi?" e il pubblico,
seguendo le direttive impartite dal gruppo, rispondeva: "Non ancora!".
Stridente la differenza tra il finale pieno di attese di Paradise,
Now! con la promessa di un teatro nella città, l'invito a "uscire
nelle strade", perché la strada appartiene alla gente, e la conclusione
rassegnata di Sei atti pubblici, rappresentato sette anni dopo,
dove si evince che, dovendo scegliere fra una splendida libertà e un'umiliante
prigionia, spesso, a volte consapevolmente, si ripiega per comodità ed
abitudine mentale sulla seconda. Il teatro è stato portato nelle strade
ma il popolo non è ancora libero. La risposta agli anni del cosiddetto
riflusso diventa un ripensare il teatro "tradizionale" alla luce delle
mille esperienze vissute nella realtà, dei nuovi linguaggi e mezzi espressivi
appresi in giro per il mondo, nelle strade, fra la gente, tentando di
trasporli in una nuova forma teatrale. È insomma il ritorno dell'azione
al teatro, dove il teatro diventa uno strumento di riproduzione e sublimazione
e per Julian Beck soprattutto un mezzo per sconfiggere e superare la Morte,
grazie all'immortalità dell'opera d'arte. Nella bella prefazione a Theandric,
il testamento spirituale del leader del Living, morto di cancro il 14
settembre 1985, Judith Malina scrive che nel libro si assiste alla lotta
tra la morte e il poeta e che in questa immagine Beck vede se stesso nell'atto
di allontanarsi da noi, lasciando però frammenti di sé che abbiamo il
compito di ricomporre, come quell'antico Orfeo/Osiride, riplasmato dall'amore
della sua sorella/sposa(18).
Resist Now!: Il Living e i "no-global"
A Genova, nel luglio del 2001, in occasione delle manifestazioni contro
il G8, il Living ha portato in piazza Resist Now!. Uno spettacolo
di strada, emblema di ogni forma di resistenza umana al capitalismo, all'economia
globale, alle guerre. Racconta Hanon Reznikov che dalla morte di Julian
Beck dirige il Living con Judith Malina:
Sono venuti 700 gruppi - dai trotzkisti argentini ai travestiti
tedeschi, e sembra che siamo tutti della stessa stirpe - le persone che
hanno voluto spostarsi per far capire al mondo che c'è un'altra via di
sviluppo - la maggiore parte sono giovani, con gli obbligatori tatuaggi,
piercings e capelli rasta - sono ispirati, ma anche esitanti di fronte
a quello che sta per avvenire. Io che sono della generazione del '68 non
vedo molte differenze.
Durante i tre giorni degli incontri, abbiamo recitato Resist Now!,
uno spettacolo creato collettivamente dal Living con 30 artisti liberi
che si sono dedicati al progetto - Resist Now! comincia con noi
che ci leghiamo al pubblico con dei nastri rossi che alla fine tirano
tutti in una spirale che ci imprigiona - dove siamo adesso, fermati nella
situazione attuale - una voce grida "merz!" (parola dada inventata da
Kurt Schwitters, distillato da "kommerzbank") e ci liberiamo per presentare
una serie di ritratti dei problemi che tutti sono venuti ad affrontare
- la violenza, la povertà e il resto - una macchina mostruosa prende forma
e avanza, consumando gli spettatori. Passa mentre canta moloch, la poesia
di Allen Ginsberg dedicata al dio del denaro. Poi i partigiani di Rocchetta
Ligure riappaiono per convincere la gente di esorcizzare la loro propria
violenza per poter smantellare la struttura. Finito questo, gli elementi
umani si riorganizzano in una nuova forma di vita - infine, ci sediamo
per terra per ascoltare le sirene che annunciano i prossimi bombardamenti,
la nostra presenza forma già un atto di resistenza.
Il primo giorno, il 19 luglio, abbiamo fatto lo spettacolo a piazzale
Kennedy, dove si radunavano i nuovi arrivati - tra la mensa e le panche
per chiedere gli alloggi, abbiamo creato un'atmosfera intensa ma tranquilla.
Era il tramonto ed era bello vedere tanta brava gente continuare ad arrivare.
Il giorno seguente, il 20 luglio, abbiamo assaltato piazza Dante con il
nostro teatro pacifico, proprio davanti alla grottesca barriera di acciaio
che sigilla la zona rossa - c'era molta energia e lo spettacolo evaporava
ogni tanto quando si assediava il confine metallico, ma poi si riprendeva
e alla fine si gridava spontaneamente prima "Genova libera! Genova libera!"
e poi "siamo liberi! siamo liberi!". È stato solo più tardi che ha prevalso
la violenza […].
Il 21 luglio ci siamo uniti all'enorme corteo dei gruppi partecipanti,
c'erano forse 150.000 individui che camminavano per tutta la città, una
bella dimostrazione di solidarietà, una marea di bandiere rosse, nere,
verdi, arcobaleno, accompagnata da tamburi e canzoni. Abbiamo recitato
tutti gli elementi dello spettacolo in versione oratorio, marciando con
la folla, ma come se il sole stesso fosse impotente a impedirla, di nuovo
la violenza è scoppiata […].Èstata una diabolica discesa tra gioia e terrore(19).
Il titolo dello spettacolo cita, significativamente, quello di Paradise,
Now! ed è un adattamento ed una attualizzazione di Resistance,
opera ideata nel 2001 per spazi non convenzionali, che si ispira a episodi
legati alla Resistenza a Rocchetta ligure, attraverso le dolorose testimonianze
dei partigiani della Val Borbera, raccolti dagli attori del Living, assieme
ad altro materiale documentario, libri, filmati. Lo spettacolo si riallaccia
all'episodio della resistenza partigiana cercando di ricostruire la continuità
ideale fra quell'esperienza e altre forme di resistenza umana rivolte
a contrastare il capitalismo, la globalizzazione economica e di pensiero,
la guerra. L'intento è quello di recuperare valori etici e politici, risvegliando
ideali antichi. Così come un tempo era necessario opporsi al nemico e
agli invasori oggi bisogna fronteggiare nuovi oppressori: l'abuso di potere,
lo sfruttamento dei paesi poveri, la violenza. Resistance prende
il titolo da un quotidiano anarchico che, nel 1948, ispira al Living la
messa in pratica dell'utopia del teatro vivente. Il concetto di resistenza
racchiude in sé i due motivi che ispirano la loro ricerca estetica: quello
teatrale e quello politico e viene inteso come impegno a portare avanti
uniti il lavoro, il vivere quotidiano e l'agire politico utilizzando i
soli strumenti della non violenza e prendendo ad esempio la "resistenza
non armata" condotta dalle donne, dai sabotatori, perché alla violenza
di chi domina non si può rispondere con altra violenza. "Resistance,
scrive Anna Maria Monteverdi, come già Antigone e Frankenstein, ripropone
la figura del resistente dell'antico dramma, guardando brechtianamente
al presente"(20).
Note
(1) Il termine Taz (The Temporary Autonomous Zone) viene usato da Hakim
Bey nel suo testo TAZ The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy,
Poetic, Terrorism, Autonomedia, New York, 1985 (trad. it. TAZ
Zone temporaneamente autonome, Shake, 1998). Il testo, un classico
della letteratura anarco-cyberpunk, ripercorre le esperienze di riappropriazione
spontanea degli spazi e della storia attraverso esperienze affini quali
possono essere quelle dei pirati della Tortuga, del nichilismo anarchico,
dei punk e degli hacker.
(2) Vittorio Gregotti, Le verità dello specifico, «Casabella»,
n. 508, 1984 e più avanti: «deve essere però chiaro che la “frammentazione”
non si comunica meccanicamente ed in modo infinito sullo specifico, né
si offre come modello ad una mimesi visiva, piuttosto essa sospende il
proprio giudizio di fronte alle ipotesi anche generalissime che possono
essere costruite a partire dalla condizione di campo specifico […]».
(3) A proposito del rapporto fra spazio e teatro d'avanguardia cfr. numero
speciale di "The Drama Review", n. 39, 1968 dedicato ad architecture/environment;
Henry Lesnick, Guerrilla Street Theater, New York, 1973; John
Weisman, Guerrilla Theater. Scenarious for revolution, New York,
1973; Franco Quadri, Appunti in morte (e rigenerazione) della neo-avanguardia:
teatro-corpo, teatro-occhio, teatro-spazio, "Humus", n.2/3, 1973,
pp. 10 e ss; Richard Schechner, Environmental Theatre, New York,
1973; Alfredo Ronchetta, Ferdinanda Vigliani e Alberto Salza, Giubilate
il teatro di strada. Manuale per fare e disfare un teatro politico d'occasione,
Studio forma, 1976; "Casabella", n. 431, 1977; "Lotus" n. 17, 1977; Franco
Mancini, L'illusione alternativa. Lo spazio scenico dal dopoguerra
ad oggi, Einaudi, 1980; Ruggero Bianchi, Off Off & Away, percorsi
processi spazi del nuovo teatro americano, Studio Forma, 1981; Gigi
Salvagnini, Il luogo teatrale, Granducato, 1984.
(4) Sul Living Theatre vedi: Pierre Biner, Le Living Theatre, L'Age
de l'Homme, Lausanne, 1968 (trad. it. Il Living Theatre,
De Donato, 1968); The Living Theatre, numero speciale della rivista
"Yale/Theater", Yale University Press, n. 1, vol. 2, primavera 1969; Giuseppe
Bartolucci, The Living Theatre, Samonà e Savelli, 1970; The
Living Theatre, Paradise, Now, a cura di F. Quadri, Einaudi, 1970;
Julian Beck, The life of the theatre, San Francisco, 1972 (ed.
it. La vita del teatro, a cura di F. Quadri, Einaudi, 1975);
Stefan Brecht, Nuovo teatro americano 1968-73, Bulzoni, 1974;
Massimo Dini, Il sogno del teatro vivente. Il Living Theatre: vita,
morte (e ascesa al cielo) in Id.,Teatro d'avanguardia americano,
Vallecchi, 1978; F. Mancini, Artaud, Grotowski, Living Theatre: il
corpo come ambiente cinetico, in Id., L'illusione alternativa,
cit., pp. 78-108; R. Bianchi, Autobiografia dell'avanguardia. Il teatro
sperimentale americano alle soglie degli anni Ottanta, Tirrenia stampatori,
1980; Serena Urbani e Cristina) Valenti (a cura di), Dedicato a Julian
Beck, Centro per la sperimentazione e la ricerca teatrale, Pontedera,
1986; J. Beck, Theandric, Harwood Academic Publishers, London,
1992 (trad. it. Theandric. Il testamento artistico del fondatore del
Living Theatre, Socrates, 1994); C. Valenti Dove gli dèi ballano.
Living Theatre: una storia lunga mezzo secolo, in Ferdinando Mastropasqua
(a cura di), Maschera e rivoluzione. Visioni di un teatro di ricerca,
Bfs, 1999. Anna Maria Monteverdi, Frankenstein del Living Theatre,
Bfs, 2002. Alcuni film e video, tratti dalle rappresentazioni teatrali
del Living Theatre, sono consultabili presso l'archivio video del Centro
Teatro Ateneo dell'Università La Sapienza di Roma. Il catalogo è consultabile
su Internet.
(5) J. Beck, La vita del teatro, cit p. 201.
(6) «Yale/Theater», gennaio 1969.
(7) I Ching sono consultati 24 volte in tutta la rappresentazione,
riprendendo la versione tedesca dal cinese di Richard Wilhelm, tradotta
poi in inglese da Gary Baynes.
(8) I gradini hasidici sono tratti dagli studi di Martin Buber sulla vita
degli Hasidim, raccolti nel volume Dieci gradini detti hasidici,
tradotto in inglese da Olga Marx.
(9) Kundalini è rappresentata come un serpente addormentato nel punto inferiore dei Chakra, i punti energetici che rapportano il microcosmo (l’uomo) al macrocosmo (l’universo), e concentrano in alcune parti del corpo l’essenza e l’esperienza di tutto l’universo. Attraverso la pratica yoga, Kundalini viene svegliata e comincia il suo viaggio passando da un Chakra all’altro, acquistando «consapevolezza». Giungendo al sesto Chakra si ottiene l’illuminazione e l’identificazione con il divino (samadhi). Dopo aver raggiunto il sesto Chakra, Kundalini ritorna, generalmente, al punto di partenza, il primo Chakra, e ricomincia il suo viaggio alla luce della nuova «consapevolezza» raggiunta.
(10) Nella Kabbalah il «santo uno» è designato attraverso dieci
attributi (Sefiroth), per far comprendere meglio la natura di
questi attributi ci si serve di una figura metaforica: Adamo Cadmo immagine
in cui il «santo uno» si incarna diventando la versione terrestre dell’altro
Adamo, quello celeste. I kabbalisti davano ad ogni Sefiroth una
corrispondenza analogica con una parte del corpo umano dell’Adamo Terrestre.
In Paradise, Now! i dieci «santi attributi» sono distribuiti
su otto gradini.
(11) M. Dini, Teatro d’avanguardia americano, cit., pp. 48-49.
(12) J. Beck, La vita del teatro, cit. p. 174. La citazione è
datata: Croissy sur Seine, 6 maggio 1970.
(13) Ivi, pp. 264-271. «Ognuno di noi – scrive Beck – è nato su questo pianeta fra le stelle» e possiamo cooperare e ribaltare il sistema e solo il popolo può avere la forza sufficiente «perché solo il popolo può liberare il popolo […] perché la santità è nel popolo e mai in mezzo a una nazione […] ognuno potrà dire “il mondo è stato creato per il mio beneficio”; e la gente potrà dire, “il mondo è stato creato per tutti”».
(14) Rappresentato per la prima volta a Pittsburgh, il 6 maggio del 1975,
lo spettacolo viene portato quattro giorni dopo al Festival del Teatro
sperimentale di Ann Arbor. Il dramma è pensato inizialmente per la comunità
di Pittsburgh e si rivolgeva, quindi, ad un pubblico di operai, neri ed
emarginati. In Italia tre pezzi vennero presentati per la prima volta
alla Biennale di Venezia: Le sette meditazioni il 18, il 21 e
il 23 ottobre 1975; La torre del denaro il 20, 22, 24, 25 ottobre,
nella chiesa sconsacrata di San Lorenzo; il 15 e il 19 ottobre i Sei
atti pubblici che ebbero come palcoscenico Piazza San Marco e zone
limitrofe. Cfr. The Seven meditation on political Sado-Masochism,
Boston, 1973 (ed. it. Sette meditazioni sul samdomasochismo politico,
trad. di Gianfranco Mantegna, Cda, 1976). Nel ’75 lo spettacolo viene
presentato anche in Danimarca per l’Odin Teatret e in Francia, al Festival
Sigma di Bordeaux. Nel ’76 lo spettacolo venne portato alla Rassegna internazionale
di Taormina. In Sardegna venne in)cluso tra le manifestazione della Marcia
antimilitarista internazionale. In ottobre lo spettacolo partecipò al
Progetto di contaminazione urbana del Comune di Cosenza e alla Proposta
di azione culturale del Comune di Genova.
(15) J. Beck, Theandric, cit., p. 285.
(16) Ivi, p. 232.
(17) Ivi, p. 179.
(18) Judith Malina, prefazione a J. Beck, Theandric, cit., pp.
13-16.
(19) Intervista di Andrea Rocco a Hanon Reznikov, «il manifesto», 31 luglio 2001.
20 A.M. Monteverdi, Living now, in margine al video Resistance
(Living Theatre a Beirut) di Marco Santarelli; l’articolo si trova
in «ateatro», webmagazine di cultura teatrale curata da Oliviero Ponte
di Pino in collaborazione con Anna Maria Monteverdi, http://www.ateatro.it.
Sull’esperienza dello spettacolo Resistance si veda Lorena Cristini,
The Living Theatre: da The Connection a Resistance, (1951-2001),
tesi di laurea discussa il 9 gennaio 2001 a Trento con Ferdinando Mastropasqua
e Michele Bravo, di cui sono pubblicati alcuni stralci sul webmagazine
«ateatro». Un video sullo spettacolo portato a Beirut è stato realizzato
da Marco Santarelli.
Dietro le quinte
La ricerca sulla piazza come luogo teatrale nasce negli anni ottanta in seguito alla riflessione su quello che la piazza ha voluto dire per me/per la mia generazione. Negli anni settanta la piazza è stato il luogo dell'aggregazione, della comunicazione, della costruzione della consapevolezza. Oggi che la piazza riveste nuovamente un ruolo importante per lo sviluppo della coscienza collettiva mi è sembrato ovvio ritornare a quelle cose scritte per la mia tesi di laurea in Teoria della progettazione discussa al Politecnico di Torino nel 1985, cercando di coglierne continuità e differenze.
Tutti siamo consapevoli, oggi, delle potenzialità incredibili che la piazza ha per la costruzione del consenso ma anche per la crescita di un modo unitario di socializzazione della quotidianità e del sentire. Proporre come modello di uso della piazza quello avanzato nel teatro di strada e in particolare nella ricerca del Living Theatre si presenta, in realtà, come proposta progettuale e politica più che storica, proprio per l'impatto che ebbe su di me, giovane spettatrice curiosa all'epoca, quell'esperienza. In fondo lo Zapruder che ho in mente è una figura di storico/creativo che vigila costantemente alla ricerca di nuovo materiale da leggere dal punto di vista storico e da interpretare e trasformare dal punto di vista creativo.
Avrei voluto riportare, a tale proposito, nello scritto le ricerche che
Cristina Valenti, nota studiosa del teatro del Living, ha svolto in questi
anni sulla ricezione che sul pubblico ebbero quelle performance,
ma non sono purtroppo riuscita ad avere in tempo il materiale, tuttora
inedito, che cito comunque per l'importanza che riveste oggi questo tipo
di ricerca nel campo della lettura dei testi artistici e di costume. Importanti,
in questo senso e per continuare a lavorare su questo tipo di materiali,
la definizione di Lettore modello e di Autore modello, date da Eco, che
porta l'attenzione sulle strutture del discorso, acquisite attraverso
lo strutturalismo, e, sulle strategie della comunicazione, la definizione
di Estetica della Ricezione proposta da Jauss nel 1967 (scuola di Costanza);
e ancora il filone di ricerca del Reader-Response Criticism anglo-americano
(Holland, Culler, Fish) che supera e integra l'antitesi spettatore/produttore
e il criticismo oggettivo di Hirsch spostando la ricerca sul fenomeno
complesso della lettura dell'opera.
|