Zapruder
n. 1, pp. 31-48
Roberto Bianchi
Il ritorno della piazza. Per una storia dell'uso politico degli spazi pubblici tra otto e novecento
L'importanza della piazza come luogo fisico, simbolico e metaforico, ma
anche come spazio di sociabilità e scenario privilegiato della vita privata
e collettiva, è stata richiamata più volte. Ricerche sulle società urbane,
medievali e moderne, hanno descritto bene il ruolo essenziale di questo
spazio urbano nel rapporto tra cittadini e vita pubblica per la storia
europea di lungo periodo(1), mentre dagli studi sulla cultura delle
città emerge l'importanza delle manifestazioni, civili e religiose,
ordinate o disordinate, per la costruzione delle identità collettive(2).
Parliamo dunque delle piazze come ambienti di mercato e di intensa vita
sociale, dove si scambiavano le merci, circolavano le notizie, in molti
si conoscevano; luoghi per feste sacre e profane, ambienti di incontro
tra reggitori e retti, sovrani e sudditi, e, nel "secolo degli estremi"(3),
leader politici e masse.
Infatti tra Otto e Novecento, con una trasformazione illustrata da Isnenghi
in un volume sui luoghi della vita pubblica nell'Italia contemporanea,
la piazza ha assunto nuove valenze e anche nuovi connotati - penso alle
piazze del loisir, del tempo libero e della socializzazione,
con giardini e caffè, ispirate agli esempi provenienti dalle capitali
europee -, ma ha continuato ad essere un "luogo della memoria" e di affermazione
di nuove tradizioni, un vero teatro scoperto in cui tutti erano a un tempo
attori e spettatori della vita collettiva, dove da sempre gli orgogli
municipali si confondevano con le speranze di identità e i codici della
distinzione sociale(4).
Il mio contributo è però dedicato a un aspetto specifico della storia
delle piazze: le piazze della politica, scenario di occupazioni
dello spazio pubblico da parte della "gente", che assunsero valenze e
caratteri assai diversi nel corso del Novecento con un'evoluzione non
lineare, scandita da salti e da rotture; in particolare, esaminerò il
caso specifico - ma per molti aspetti esemplare - di appropriazione dei
luoghi pubblici messo in atto dalle folle in rivolta contro il caroviveri
nel corso dei tumulti annonari del 1919. Non sono quindi trattati altri
temi, come quelli relativi alle piazze religiose (anch'esse luoghi
di riunione e sociabilità; basti pensare, ad esempio, all'importanza delle
feste legate al calendario liturgico), del mercato, del tempo
libero (del passeggio e dei giardini), o delle feste civili,
che pure contribuirono ad alimentare il lento e parziale processo di secolarizzazione
dell'uso degli spazi pubblici(5).
L'oggetto dell'indagine presenta però non pochi problemi di lettura. Le
manifestazioni politiche di protesta, ad esempio, sono eventi che generalmente
lasciano poche tracce per gli storici. Un corteo, come un comizio o un
presidio, non blocca necessariamente la produzione e solo in casi eccezionali
viene accompagnato da scontri o da interventi delle forze di polizia.
Non è un caso che esistano statistiche riguardanti il numero di scioperi
e di scioperanti (anno per anno, luogo per luogo, ecc.), mentre sappiamo
pochissimo su quante manifestazioni (dove, con quante e quali persone,
con quali obiettivi e così via) si sono verificate in un anno qualsiasi
della storia dell'Italia unita(6). Eppure lo studio delle manifestazioni
di piazza, in tutte le sue dimensioni e con approcci anche metodologicamente
differenti, può offrire angoli di visuale originali e nuovi elementi di
riflessione per mettere in luce culture, forme della politica, linguaggi
e rapporti sociali altrimenti celati o comunque meno visibili, come ad
esempio quegli aspetti della vita politica che solo in parte potevano
trovare riscontro nelle attività di organizzazioni e partiti più o meno
istituzionalizzati(7).
Forme e tempi dei conflitti in piazza
Questi aspetti emergono forse ancora più chiaramente ponendo al centro
dell'attenzione l'oggetto rivolta. Come la manifestazione
e come la rivoluzione(8), anche la rivolta ha una sua storia
specifica e peculiare. Probabilmente, almeno nella storia dell'Occidente
contemporaneo, ogni rivoluzione è stata anticipata da rivolte e in ogni
rivolta ci sono state manifestazioni di vario tipo. Ma per meglio comprendere
le differenze di scala e le diverse qualità di questi fenomeni, non credo
che siano utili letture di tipo finalistico della rivolta come molla per
la rivoluzione, o della rivoluzione come necessario sviluppo della rivolta(9).
Le agitazioni annonarie del primo dopoguerra, ad esempio, vanno ovviamente
collocate nella particolare situazione del periodo, con un'Europa non
più unico centro del mondo e attraversata da processi rivoluzionari; le
possiamo però meglio interpretare tenendo presente lo specifico sviluppo
storico di queste forme di scontro sociale dal carattere variabile, intimamente
legato alle trasformazioni del mercato, inteso come luogo e organizzazione
dello scambio dei prodotti(10).
Nello studiare la storia di due forme di partecipazione alla vita pubblica
come le manifestazioni e le rivolte (in realtà, tra loro non sempre facilmente
distinguibili e spesso intrecciate)(11), più ricercatori hanno messo in
evidenza le loro diverse periodizzazioni. La manifestazione - un fenomeno
storico relativamente più recente, sorto verso la fine del Settecento
e affermatosi nei due secoli successivi - è stata spesso considerata come
in qualche modo più "moderna" della rivolta. Non a caso, si è parlato
della "manifestazione come morte della rivolta", vedendo la prima come
caratterizzata da simbologie particolari, indissolubilmente legate a date,
spazi e momenti specifici, non indifferenziati; e la seconda, invece,
come un movimento spontaneo, caratterizzato da un rapporto di immediatezza
con le sue cause e i suoi obiettivi(12). In effetti, sappiamo che nell'Europa
d'antico regime la forma tipica della protesta sociale era costituita
dalle sommosse per i viveri, la più comune ed efficace forma di azione
politica popolare, nonché la "più frequente forma di violenza collettiva",
sempre passibile di trasformarsi "in ribellione o in rivoluzione", come
scrisse a suo tempo Rudé(13).
Anche da un altro punto di vista, ma con una periodizzazione un po' diversa,
alcuni sociologi della modernizzazione hanno sostenuto che alla fine dell'Ottocento
(con lo sviluppo dei mercati alimentari nazionali, l'eliminazione progressiva
delle penurie alimentari locali, la centralizzazione dei prezzi e il pieno
affermarsi della società industriale e di massa) questa tipologia della
protesta sarebbe definitivamente scomparsa. Scioperi, comizi sindacali,
cortei e agitazioni organizzate da partiti e movimenti politici istituzionalizzati
sulla base di programmi attentamente elaborati avrebbero soppiantato le
proteste nei mercati, per lasciare al mondo dei ricordi le tradizionali
sommosse annonarie, i periodici assalti ai palazzi delle autorità, le
inquietanti folle desiderose di calmieri, pane e terra, magari armate
di sassi e forconi, oltre che delle loro voci e del loro numero(14). La
più brillante e compiuta sintesi di tale trasformazione ci è data dai
lavori di Tilly, secondo cui si sarebbe verificata una coincidenza non
casuale tra la definitiva affermazione del sistema capitalistico nelle
campagne, la formazione degli Stati moderni e l'estinzione dei tumulti
per il pane. Nel '900, invece, gli episodi di richiesta di pane abbondante
e a buon mercato, come in Russia nel 1917, esisterebbero solo "nel contorno
politico dei grandi movimenti rivoluzionari"(15).
Ma se le distinzioni tra fenomeni diversi, per quanto tra loro intrecciati
- basti pensare che la manifestazione e la rivolta si dispiegano negli
stessi scenari (piazze, strade, luoghi di mercato o di produzione), spesso
con gli stessi attori e con repertori talvolta simili(16) - restano fondamentali,
risulta invece inadeguata ogni rigida periodizzazione che considera come
completamente scomparse dalla storia del XX secolo le rivolte, o anche
solo i tumulti di tipo annonario nei luoghi di mercato.
È un fatto che in pieno Novecento, e in paesi quali Germania, Francia,
Italia, Spagna, Russia e persino Stati uniti, ritroviamo movimenti contro
il caroviveri capaci di assumere grande rilevanza soprattutto nella crisi
del primo dopoguerra(17): azioni collettive che, in dimensioni e forme
disuguali, attraversarono i mercati francesi e italiani anche nei primi
anni Quaranta, durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale(18).
Spingendosi ancora più avanti, e volendo rimanere in un ambito europeo
o comunque "occidentale" - senza quindi considerare le rivolte scoppiate
negli ultimi venti anni nel Maghreb, in certe aree asiatiche o, ancora
recentemente, in America latina -, vediamo che a Brixton (1981), a Los
Angeles (1992) e nelle banlieues francesi di fine Novecento(19) sono esplose
rivolte violente che restano tuttora, in buona misura, da decifrare: quasi
come se il decantato "postmoderno" avesse voluto annunciarsi infrangendo
vetrine e assaltando quei "moderni forni" che sono i centri commerciali:
piazze di mercato non virtuale divenute il simbolo della nuova organizzazione
del territorio metropolitano, sede in cui si manifesta la centralità del
consumo.
Alla fine del '900 momenti importanti di scontro sociale sono quindi tornati
a localizzarsi nei luoghi di distribuzione piuttosto che in quelli di
produzione delle merci, come era invece considerato tipico per gli anni
di apogeo dell'economia "fordista"(20).
Insomma, per affrontare il tema delle rivolte di piazza, e in particolare
dei tumulti di tipo annonario, non ci si può limitare a discutere di forme
di ribellione da relegare in un indefinito "primitivismo", ma di comportamenti
presenti anche nel mondo contemporaneo, seppure con motivazioni e significati
diversi rispetto agli assalti ai forni di età moderna (in Italia resi
celebri dalle disavventure dell'immaginario Renzo Tramaglino nella Milano
ricostruita dal Manzoni). Va cioè sottolineata la permanenza dei conflitti
nei mercati anche in età contemporanea, e la valenza nuova, peculiare
e distinta, di queste agitazioni novecentesche rispetto a quelle di età
preindustriale; dobbiamo perciò interrogarci sulla eventuale validità,
per lo studio dei moti per il caroviveri del XX secolo, di categorie interpretative
già adottate e ampiamente discusse dagli storici delle rivolte ancien
régime. D'altronde "riflettere sulla violenza popolare costituisce
una delle maggiori esigenze della storiografia europea"; delle folle "in
azione e talvolta in armi lo storico deve rendere conto, avendo chiaro
che ogni rivolta traccia nel proprio tempo e nel proprio ambito una apertura
che rende gli indomani diversi dalle vigilie"(21); la stessa, basilare
importanza delle coordinate spaziali e temporali deve indurci a definire
meglio la questione, a mantenere un ambito cronologico e tematico più
preciso, evitando modelli interpretativi atemporali(22). Anche per questi
motivi, un'attenta riflessione sul complesso intreccio tra elementi "arcaici"
e "moderni" presenti nei movimenti contro il caroviveri esplosi in numerose
regioni e città di vari paesi negli anni immediatamente successivi alla
prima guerra mondiale può fornire un utile tassello per lo studio comparativo
e diacronico dei movimenti sociali nei diversi tempi e nelle diverse realtà
economiche e sociali, così come per lo studio della storia delle piazze.
Il potere della piazza: l'esempio dei tumulti del 1919
Per questo tipo di storia - come per molti altri aspetti - la Grande guerra
segnò un punto di rottura. Ad esempio, a differenza del periodo precedente,
quando spesso i comizi socialisti o sindacali si svolgevano in locali
chiusi, all'indomani del conflitto divenne normale organizzare comizi
nelle piazze, con una massiccia e inedita partecipazione del mondo rurale,
coinvolto pienamente in quell'ondata di mobilitazioni sociali e politiche
che avrebbero fatto parlare degli anni 1919-20 come di un "biennio rosso"(23).
Per la loro forza e il loro impatto, probabilmente non è esagerato dire
che le manifestazioni del dopoguerra (con quei comizi dal segno politico
anche radicalmente diverso tra loro, dove comunque le folle, tutt'altro
che semplici spettatrici, giocavano un ruolo fondamentale per la riuscita
delle iniziative) ristrutturarono le piazze italiane. Ma oltre agli scioperi
e alle dimostrazioni, alle lotte sindacali o alle agitazioni corporative,
furono le giornate di tumulto contro il caroviveri dell'estate 1919 a
rappresentare un vivo esempio di conquista della piazza, con una straordinaria
sovrapposizione tra nuove forme e inediti linguaggi della protesta, da
un lato, e, dall'altro, i più tradizionali repertori delle azioni collettive
locali. Fu un movimento tanto irruento e capillarmente diffuso, quanto
complesso e variegato. All'interno di quella lotta contro "pescecani"
e "speculatori di guerra" si coagularono infatti richieste e aspirazioni
di settori sociali molto ampi, facendone al contempo sorgere di nuove:
fu un'ondata di moti che ebbe come teatro le piazze, i luoghi di mercato,
le sedi associative; come tema unificante l'azione contro il caroviveri;
come referenti politici principali le strutture socialiste e le Camere
del lavoro(24).
Dopo i lunghi e duri anni di mobilitazione bellica, segnati dall'incontro
di generazioni di soldati, donne, ragazzi con la modernità del fronte
e dell'economia di guerra, la tanto agognata pace e la celebrata vittoria
militare non avevano portato i frutti attesi. La promessa della "terra
ai contadini" non era stata mantenuta; l'epidemia di spagnola aveva ucciso
più persone della guerra guerreggiata; i reduci venivano rinviati a casa
con ritmi di una lentezza esasperante, ma sufficienti ad accrescere una
disoccupazione già accelerata dalla smobilitazione industriale; i prezzi
delle merci erano triplicati rispetto al 1914 e la mancanza di lavoro
faceva da contraltare a quel regime di piena occupazione che negli anni
di guerra aveva permesso a molte famiglie di tirare avanti. Insomma, la
vittoria italiana era nata "già mutilata" ben prima della fallimentare
conclusione delle trattative di pace a Versailles(25).
Durante la guerra le autorità istituzionali avevano costruito un complesso
e ramificato sistema annonario per garantire una certa pace sociale(26).
Il rapido smantellamento di quel sistema disarticolò ulteriormente l'organizzazione
commerciale, aprendo la strada - ma solo in parte - a un disordinato liberismo
economico e, soprattutto, lasciando un grave vuoto di potere nella gestione
di questo aspetto fondamentale per la politica interna, con gravi conseguenze
per la vita quotidiana di ampie fette di popolazione.
Fu dunque sulla base di un groviglio di tensioni sociali e ideali che
nel mese di giugno, tra la Liguria e la Versilia, esplose una prima ondata
di moti contro il caroviveri; quindi l'agitazione riprese vigore a fine
mese in Romagna(27) per dilagare progressivamente, con ritmi e intensità
diversi, in tutta Italia nel corso dell'estate, prima di esaurirsi con
l'ottenimento di alcune delle principali rivendicazioni.
Nella sua genesi, come nelle sue forme di sviluppo e organizzazione, la
rivolta espresse un'indubbia sovrapposizione di linguaggi e comportamenti
solitamente considerati tipici di epoche diverse. L'imposizione di "giusti
prezzi", gli assalti ai negozi e ai magazzini, gli scontri nei mercati,
le requisizioni, il blocco delle esportazioni a livello di provincia,
quando non addirittura di comune o di villaggio, sono infatti elementi
che fanno pensare a rivolte e politiche annonarie preindustriali; mentre
lo sciopero generale, gli affollati comizi e i brevi cortei, le Guardie
rosse, il confuso richiamo all'esempio bolscevico, il ruolo assunto dalle
strutture operaie, socialiste o degli ex combattenti, richiamano subito
al '900. Non casualmente a Firenze l'esperienza dei tumulti si sarebbe
fissata nella memoria popolare col curioso e interessante appellativo
di "bocci-bocci", deformazione linguistica di bolscevichi: quei rivoluzionari
che poco tempo prima avevano preso il potere in Russia e la cui immagine
era tanto affascinante, quanto sostanzialmente sconosciuta e incompresa
era la loro pratica politica(28).
Linguaggi, repertori, obiettivi: la logica della rivolta
L'intreccio, la contaminazione tra forme, repertori e pratiche di protesta
diverse emergono chiaramente se osserviamo i linguaggi adottati dai rivoltosi
e proviamo a decifrare le logiche di azione delle folle. "Giusto", "equo",
"legittima": durante la rivolta a questi termini si facevano seguire le
parole "prezzo", "guadagno", "richiesta" per indicare le regole a cui
i commercianti, le autorità politiche e annonarie, dovevano adattare tutte
le azioni che avrebbero potuto influire sul funzionamento dei mercati.
Anche tra i rivoltosi nessuno parlava di lotta contro l'inflazione, ma,
piuttosto, di lotta contro ogni "illecito accaparramento", quindi di "censimento
delle merci" e di "blocco delle esportazioni dei prodotti", nel mentre
si praticava lo sciopero generale e "imperavano" organismi talvolta denominati
"soviet"(29).
Mentre in una località sorgeva un "Soviet annonario" o una "Commissione di requisizione", nella città vicina era un "Comitato di salute pubblica" o un gruppo di "Commissari del popolo" ad occuparsi del "censimento delle merci" e del "giusto funzionamento dei calmieri", riportati in auge dalla guerra. Alcuni luoghi pullulavano di "guardie rosse" - riconoscibili dalla fascia di stoffa al braccio e talvolta dotate di "automobili rosse", anche queste requisite -, mentre in altri erano i carabinieri insieme al sindaco e ai rappresentanti della Camera del lavoro, o di un'altra struttura sindacale, ad applicare regole in ultima analisi poco dissimili. La pignoleria di alcuni requisitori, faceva da contrappunto al caos apparentemente solo distruttivo di certi assalti: due forme di azione solo in parte contraddittorie, ma in realtà inscindibili nel fenomeno che stiamo discutendo.
In certe località sembrò quasi che timbri, bolli e carte intestate fossero
indispensabili per imporre il calmiere e/o per fare la rivoluzione. Nel
continuo sovrapporsi di arbitrarietà e legittimazione, gli obiettivi delle
folle non furono quasi mai scelti a caso. Per primi furono colpiti i negozianti
che non avevano rispettato il calmiere, che si erano rifiutati di vendere
qualcosa o che avevano venduto sottobanco a prezzi maggiorati, che si
erano arricchiti durante la guerra o, addirittura, che si erano pubblicamente
opposti alla riduzione dei prezzi nella loro qualità di rappresentanti
di categoria(30). Furono invece relativamente pochi gli esempi di "distruzione
vandalica e ingiustificata", assai localizzati gli assalti alle cooperative
di consumo(31), e non si ha notizia di "svaligiamenti" di negozi di lusso,
che pure potevano risultare inevitabili o alquanto probabili.
Riproponendo caratteristiche tipiche dei "repertori" delle antiche rivolte urbane, guidate da "guardie rosse", da capi improvvisati e dalla parola facile, o semplicemente dal proprio impeto, le folle tentavano di imbastire rapide trattative con i proprietari per imporre il "giusto prezzo" e la vendita delle merci eventualmente "imboscate". Quando la trattativa riusciva, il commerciante otteneva una ricevuta o una parte del prezzo di vendita; altrimenti doveva subire l'assalto.
Ovviamente, questa esemplificazione non sempre funzionava. Spesso il proprietario,
che talvolta attendeva ben nascosto il passaggio della tempesta, poteva
solo assistere alla "baldoria" di "donne, uomini e ragazzi" che, scrisse
un cronista, "questionano e s'accapigliano disputandosi il frutto di questi
saccheggi"(32). Nelle resse non tutti ottenevano ciò che desideravano,
ma erano frequenti gli esempi di generosità(33).
Le scene erano fulminee e la riuscita delle azioni dipendeva dal numero,
dalla determinazione dei dimostranti, dal caso. La loro forza persuasiva
era data dalla minaccia di possibili e già praticate violenze contro quei
negozianti che avevano opposto resistenza; ma preferibilmente si evitavano
danni alle persone e inutili distruzioni dei prodotti o dei locali, che
talvolta però avvenivano(34).
La violenza del moto non fu indistinta. La logica della folla(35)
dava un ordine a tutto quel disordine. Inoltre, si rivelò decisivo il
ruolo di soggetti spesso visti come oppositori "naturali", quando non
"istituzionali", delle folle in tumulto, vale a dire di quei soldati già
protagonisti della guerra e adesso investiti di una forte autorità morale,
specie se mutilati o arditi. Due militari, molto probabilmente ufficiali,
furono visti vibrare contro la saracinesca di un vinaio, che si era barricato
per evitare di vendere a prezzi ridotti, "colpi con le sciabole sguainate
e dietro di loro una turba numerosa"(36). Episodi di questo genere furono
numerosi, e non solo nella Firenze del Bocci-Bocci dove l'ardito
Iozzelli, in divisa e col pugnale in mano, dall'alto di un barroccio improvvisò
un comizio mentre la folla svuotava un magazzino di stoffe(37), e dove
uno dei primi assalti fu iniziato da un tenente dell'esercito insoddisfatto
per una fallimentare trattativa con un pizzicagnolo sul prezzo del salame:
gli bastò uscire in strada gridando "bisognerebbe buttare tutto all'aria"
che dopo pochi minuti il desiderio si realizzò(38).
Il moto era dotato di occhi innumerevoli e di udito fino, come mostrarono
i rivoltosi senesi instancabilmente attenti a controllare le mosse di
alcuni dei maggiori commercianti(39). Naturalmente, non sempre il meccanismo
delle trattative funzionava, ed è difficile schematizzare un'ideale tipologia
valida per tutte le requisizioni; però nel loro insieme i comportamenti
delle folle rinviavano a regole e valori che si credevano infranti.
Se in via Mercanti, a Pisa, il tentato scasso della serranda del cappellaio
Stefani venne interrotto quando qualcuno fece notare che "si trattava
di negozio modesto"(40), in un'altra città un gruppo di settanta persone
riuscì a convincere un piccolo dettagliante a vendere il vino a due lire
il fiasco, invitandolo con grida e modi spicci a scendere dall'abitazione
sovrastante: "oh! La scenda vogliamo roba", "si vuol mangiare", "l'è finita
la camorra", "son della Commissione, son venuto a prendere la roba"; l'aver
ceduto alle richieste non salvò il pizzicagnolo; qualcuno più impaziente
sfondò una porta laterale e l'esercizio fu svuotato(41). Un esercente
accolse con modi gentili tre membri di una commissione camerale che "visitarono
il negozio con molto riguardo e nulla presero o requisirono: solo osservarono
- disse il commerciante - che avrei dovuto vendere ai prezzi fissati"
dalla Camera del lavoro; furono affissi tre cartelli vidimati dalla commissione,
ma poco dopo giunse un folto gruppo di persone, forse 200, uomini donne
ragazzi: i primi approssimatisi al negozio visto il cartello dissero che
ero in regola e seguitarono la via; [altri gridarono] ma che! Abbiamo
preso la merce agli altri e deve darla anche lui! […] Mi lasciarono solo
l'acqua purgativa(42).
Di solito gli assalti della folla erano rapidi, su obiettivi poco distanti
e ben conosciuti. Invece alcuni durarono molte ore e altri furono effettuati
a più riprese, cercando di scartare e prendendo in contropiede i movimenti
delle forze di polizia. In questi due casi, i gruppi di assalitori erano
molto spesso composti da individui residenti nello stesso quartiere(43).
A parte qualche asse di legno o qualche filo steso attraverso le strade
per bloccare la cavalleria, nel corso di tutta la rivolta non fu eretta
alcuna barricata e, a ulteriore differenza con la sommossa di Torino dell'agosto
1917 - quando il peso specifico del proletariato di fabbrica aveva posto
il baricentro della rivolta nei quartieri operai da dove, coperti da barricate,
si tentò un assalto al centro borghese della città -, i tumulti furono
molto più compositi nella loro composizione sociale e talmente diffusi
sul territorio da non necessitare di opere difensive per i fortilizi operai
e popolari(44). Poco dopo gli avvenimenti, un periodico socialista tentò
di trarre un bilancio della rivolta, dell'eruzione sulla scena pubblica
della "cloaca sociale":
la storia è piena di questi crimini, i grandi sommovimenti
sociali sono tutti pieni di questi crimini, le rivoluzioni vivono tutte
di questi crimini secolari. Lo storico ufficiale riderà scettico e sardonico
dal suo palazzo dorato battendosi il ventre ben pasciuto finché la verità
storica nuova non lo desterà dalla sua visione del vecchio mondo. Cinque
anni di storia sanguinosa ci precedono atroci come tanti rimorsi […].
Dai trivi, dalle piazze, dalle strade, dai bassifondi, questa cloaca dirompente
[…] avanza scalzando le basi di una società caduca e sanguinaria […].
Sgorga e dilaga come fiume limaccioso […] il crimine della folla multicolore
e multiforme. Signori della vecchia coscienza sociale, filosofi dell'aristocrazia
politica, mummie della diplomazia, fate largo e inchinatevi. / Passa Gavroche(45).
Fu una rivolta esteriormente priva di forma, costituita da infiniti episodi scoordinati e apparentemente ripetitivi, ma in realtà codificati e pregni di significati, dove le azioni della folla furono innanzitutto caratterizzate e unificate dalle voci e dai rumori della protesta: suoni riconoscibili per chi aveva pratica dei mercati e dei loro conflitti. Come è stato scritto pensando al 1919 tedesco:
si può amare una città, si possono riconoscere le sue
case e le sue strade nelle proprie più remote o più care memorie; ma solo
nell'ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città:
propria, poiché dell'io e al tempo stesso degli "altri"; propria poiché
campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto;
propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso
e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente
immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell'alternarsi
delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi
più tardi con una ragazza. Nell'ora della rivolta non si è più soli nella
città(46).
Nel fracasso generale, la convinzione dei manifestanti di "far cosa lecita" era pressoché generale; le grida contro i commercianti si confondevano con gli "inni di riscossa", qualcuno acclamava "evviva la rivoluzione", forse un giovane pisano intonò "de' miei bollenti spiriti…", qua e là sventolavano "drappi rossi" e, sicuramente in ogni città, fiammeggiava "…il giovanil ardore". Ovunque, carabinieri e guardie di città risultarono assolutamente insufficienti per ristabilire l'ordine. Furono aggiornate vecchie espressioni e se ne elaborarono di nuove, mentre il mondo con le sue regole sociali sembrava ribaltarsi:
il governo siamo noi. È giunta l'ora!
Finora ci hanno spolpati, ora i padroni siamo noi
O apre, o s'apre!
Via, dagli, si prende tutto!
Ora siamo padroni noi e facciamo quello che vogliamo(47).
L'antico legame tra violenza e festa nelle mobilitazioni popolari si rinnovò
ancora una volta. E il moto fu in effetti anche una festa(48).
Piazze in festa, piazze in rivolta
In molti rapporti di polizia e in denuncie delle parti lese si parlò di
"folle ebbre", "uomini ubriachi", "donne di malaffare", "giovinastri trafugatori",
"orda di popolo avido di saccheggio e di distruzione", protagonista di
"fatti indegni [per un] popolo civile". Quella folla "multiforme e multicolore",
violenta e festeggiante, comunque protagonista dei moti, appariva agli
occhi delle controparti come il prodotto del peggior ventre di
ogni città. Una folla femminile, non molto diversa da quelle
descritte da Sighele, Le Bon o Taine. Anche un contemporaneo come Einaudi
interpretò il "distruggere e sperperare" come "la medesima, la vecchia
psicologia delle folle, che immagina di poter ribassare i prezzi devastando,
sciupando, facendo baldoria per qualche giorno"(49).
Ma più che criticare l'evidente miopia di certi osservatori, va detto che questi giudizi - dal tono militante e frutto di chiari intenti politici - si basavano su aspetti realmente presenti nei tumulti. Come negare che l'azione delle folle oltre che violenta fu anche gioiosa? Finalmente, dopo gli anni di austerità e gli interminabili sacrifici, venivano rinvenute merci nascoste e il vino poteva scorrere copioso.
Furono molti a sottolineare, e non sempre con intenti denigratori, che
tra i requisitori "il genere preferito era il vino". Nel quartiere di
Santa Croce a Firenze fu vista "una vera processione di gente allegra
abbracciata a fiaschi e bottiglie" e non aveva tutti i torti l'interventista
democratico Gaetano Salvemini a parlare di una città non "saccheggiata",
ma "sfiascheggiata" da "gente bonaria, gioconda, lieta di potersi godere
finalmente un fiasco a due lire o addirittura gratis"(50). Il noto giudizio
di Salvemini, più volte citato in sede storiografica e che pure traeva
origine da alcuni episodi reali, era assolutamente riduttivo e diametralmente
opposto a quanto, poche settimane dopo, egli stesso avrebbe scritto a
proposito dei moti annonari esplosi, con molta più violenza, nei piccoli
centri della sua Puglia: rivolte che avevano "del meraviglioso" e facevano
"benedire la guerra che ha addirittura rivoluzionato moralmente le classi
rurali", che erano il segno di "una nuova coscienza politica […] formata
nei contadini, fino a ieri schiavi e incapaci di una volontà politica
che non fosse quella ordinata dai galantuomini"; adesso "qualcosa"
cominciava finalmente a "muoversi sotto la paglia"(51).
La festa e la violenza, il carnevale e la minaccia, furono parti integranti
di un movimento tumultuoso al cui interno serpeggiava un anelito politico,
certamente confuso e talvolta incoerente, volto a imporre una ridistribuzione
delle ricchezze, indirizzandosi verso quelle più immediatamente disponibili
e il cui esproprio era ritenuto legittimo. Gli obiettivi erano sempre
le merci e le cose, non le persone, tranne pochissimi casi eccezionali
e forse fortuiti. Anche quando furono prese di mira le abitazioni di commercianti
o di figure istituzionali, gli assalitori si guardarono bene dal violare
fisicamente le persone. Dopo aver tentato inutilmente di ristabilire "eque"
relazioni sociali, con gli esercenti o direttamente con le autorità, ci
si appropriò delle merci festeggiando la forza della mobilitazione e dando
corpo allo spettro di una rivoluzione sociale che non ci fu. Il moto si
mantenne entro certi limiti perché la maggioranza dei rivoltosi volle
che così fosse. Anche se non era un fatto scontato, la limitazione temporale
del ribaltamento delle regole sociali fu sempre presente nella coscienza
dei protagonisti(52).
Attori, protagonisti, comparse
Dalle cronache della rivolta emerge il diffuso desiderio di "giustizia
sociale": una giustizia ambigua, che poteva essere garantita esclusivamente
dalla capacità di ribellione di ogni attore sociale. Come molte altre
volte in passato, non pochi sembrarono ergersi contro l'offesa a un "principio
di umanità"(53). Solo atti fortemente simbolici o più concretamente materiali
potevano risarcire il "danno". Il "diritto al risarcimento" sostituiva
un diritto giuridico incapace di farsi rispettare o comunque considerato
ineguale. Quando la ventunenne Albertina Innocenti confessò in tribunale
di aver preso candele, cicoria e caffè da un negozio, spiegò che "tutti
prendevano e presi anch'io. Le persone che uscivano dal magazzino mi dicevano:
e lei non prende nulla?"(54).
Non c'è qui lo spazio per dilungarsi in un'analisi dei protagonisti della
rivolta, sviluppata in un'altra sede(55). Si può ricordare che dalle cronache,
dalle memorie, dai rapporti di polizia emergono figure di donne, soldati,
giovani lavoratori, artigiani, qualche impiegato e pochi contadini. Protagoniste
assolute furono folle eterogenee, composte da numerosi giovani, da donne
di diverse età, da persone sempre profondamente inserite nei circuiti
economici locali e, tutto sommato, abbastanza alfabetizzate e senza significativi
precedenti penali.
Questa straordinaria commistione di classi lavoratrici mostrò una notevole
forza d'urto durante le giornate di luglio, fino ad ottenere buona parte
dei suoi obiettivi (punizione per alcuni "speculatori", requisizione di
derrate, ribasso dei prezzi, riorganizzazione dei mercati, dimissioni
di amministrazioni, provvedimenti governativi, ecc.) località dopo località,
per spostarsi successivamente in altre regioni, prima di esaurirsi abbastanza
rapidamente. Un po' ovunque, il moto sembrò appagato dopo aver mostrato
la propria forza, garantito scorte sufficienti e imposto nuovi calmieri.
Gli appelli alla calma di molti dirigenti sindacali e la revoca degli
scioperi promossi nelle varie province influirono sicuramente sulla cessazione
della rivolta. Di fatto, però, essa si esaurì perché e quando i rivoltosi
ebbero la sensazione di avere ottenuto dei successi tangibili. I prezzi
si erano ridotti e, nonostante le inesauribili opposizioni dei commercianti
- con i loro tentativi ripetuti di aggiramento dei calmieri -, solo in
una seconda fase sarebbero tornati ai livelli della vigilia del moto(56).
La rivoluzione non c'era stata, la rivolta aveva però vinto; le piazze
della politica e dei conflitti avevano rinnovato il loro ruolo: scenari
per l'espressione di tensioni e ideali spesso occultati, ma assai diffusi
e parte integrante di quel contraddittorio processo di alfabetizzazione
politica che coinvolse ampi settori sociali nel dopoguerra. Un processo
che di lì a poco avrebbe dovuto fare i conti con lo squadrismo fascista
e un nuovo regime capace di usare gli spazi pubblici come luogo privilegiato
per la mobilitazione delle masse e la costruzione di un consenso ben rappresentato
dalle "piazze oceaniche" e da quelle "del silenzio"(57), militarizzate
o comunque normalizzate per una buona ventina di anni, prima di essere
nuovamente contese e riconquistate dalle azioni collettive nelle piazze
e nelle strade del 1943 e 1945.
Note
(1) Cfr. Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società
urbana europea tra Medioevo ed Età moderna, Einaudi, 1999, pp. 74
e 172.
(2) Cfr. Lewis Mumford, La cultura delle città, Comunità, 1999,
p. 46, 169, 242-244; Id., La città nella storia, Comunità, 1963,
pp. 68, 355.
(3) Com’è noto, Age of Extremes. The Short Twentieth Century
1914-1991 (Michael Joseph, 1994) è il titolo originale del libro di Eric
J. Hobsbawm, Il Secolo breve, Rizzoli, 1995.
(4) Mario Isnenghi, L'Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica
dal 1848 ai giorni nostri, Mondadori, 1994; Id., La piazza, in Id.
(a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell'Italia
unita, Laterza, 1997, pp. 43-52. Sulla problematica dei "luoghi della
memoria" cfr. Pierre Nora (a cura di), Les lieux de mémoire,
v. I, La République, Quarto Gallimard, 1997 (I ed. 1984), pp. 23-43. Sulla
"distinzione" cfr. invece Pierre Bourdieu, La distinction, Les
Éditions de Minuit, 1979.
(5) Cfr. Ilaria Porciani, La festa della nazione. Rappresentazione
dello Stato e spazi sociali nell'Italia unita, il Mulino, 1997, e
il fascicolo di "Memoria e ricerca", n. 5, 1995, curato da Marco Fincardi
e Maurizio Ridolfi, su Le trasformazioni della festa. Secolarizzazione,
politicizzazione e sociabilità nel XIX secolo (Francia, Italia, Spagna).
(6) Per un esempio di statistica sugli scioperi si veda Direzione Generale
del Lavoro e della Previdenza Sociale, I conflitti di lavoro in Italia
nel decennio 1914-1923, Ministero dell'Economia nazionale, 1924.
Cfr. comunque Stefano Musso, Political Tension and Labor Union Struggle:
Working Class Conflicts in Turin during and after the First World War,
in Leopold Haimson e Giulio Sapelli (a cura di), Strikes, Social Conflict
and the First World War. An International Perspective, Feltrinelli,
1992, p. 214; si veda anche Gian Primo Cella (a cura di), Il movimento
degli scioperi nel XX secolo, il Mulino, 1979, p. 252.
(7) Il tema è stato oggetto di varie ricerche, soprattutto in Francia
all'indomani degli scioperi del 1995. Cfr. comunque Pierre Favre (a cura
di), La manifestation, Presses de la Fondation nationale des
sciences politiques, 1990; Danielle Tartakowsky, Le pouvoir est dans
la rue. Crises politiques et manifestations en France, Aubier, 1998;
Ead., Les manifestations de rue en France, 1918-1968, Publications
de la Sorbonne, 1997; Vincent Robert, Les chemins de la manifestation
(1848-1914), Presses Universitaires de Lyon, 1996. Cfr. anche la
bibliografia di Stéphane Sirot, La grève en France. Une histoire sociale
(XIXe-XXe siècle), Odile Jacob, 2002, pp. 277-302.
(8) Le teorie generali della rivoluzione e le ricostruzioni storiche sono
molto numerose, come mostra la sintesi fornita da Bruno Bongiovanni e
Gian Mario Bravo, Rivoluzione, in Angelo D'Orsi (a cura di),
Alla ricerca della politica. Voci per un dizionario, Bollati
Boringhieri, 1995, pp. 217-246. Tra gli interventi più recenti cfr. Revolution(s),
"Journal of Area Studies", n. 16, 1998, pp. 7-183; Michael Hanagan, Dalla
Rivoluzione Francese alle rivoluzioni, in Paul Bairoch ed E.J. Hobsbawm
(a cura di), Storia d'Europa, v. 5, L'età contemporanea, Einaudi,
1996, pp. 637-674; Charles Tilly, Le rivoluzioni europee 1492-1992,
Laterza, 1993, pp. 7-33, 321-340. Ma cfr. anche E.J. Hobsbawm, La
rivoluzione, "Studi storici", n. 1, 1976, pp. 5-39; Perry Anderson,
La nozione di rivoluzione borghese, "Passato e presente", n.
5, 1985, pp. 153-163.
(9) Cfr. Michel Vovelle, Révolte et révolution, e la Conclusion di
René Rémond, in Révolte et société, Publications de la Sorbonne,
1989, v. I, p. 26, e v. II, p. 333. Cfr. anche Mike Haynes, The Return
of the Mob in the Writing on the French and Russian Revolutions,
"Journal of Area Studies", n. 16, 1998, pp. 56-81; Francesco Benigno,
Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell'Europa
moderna, Donzelli, 1999, p. XVI.
(10) Cfr. Roberto Bianchi, Folle e mercati. Continuità e rotture di
un conflitto permanente, "Passato e presente", n. 41, 1997, pp. 131-144.
Per una sintesi generale cfr. Érik Neveu, Sociologie des mouvements
sociaux, La Découverte, 1996.
(11) La distinzione è ben spiegata da Maurice Agulhon, Les citadins
et la politique, in Histoire de la France urbaine, v. 4,
La ville de l'âge industriel: le cycle haussmannien, a cura di
Id., Seuil, 1983, pp. 564-632.
(12) D. Tartakowsky, La manifestation comme mort de la révolte,
in Révolte et société, cit., v. 2, p. 239.
(13) George Rudé, La folla nella storia 1730-1848, Editori Riuniti,
1984, pp. 13-14; cfr. John Bohstedt, Riots and Community Politics
in England and Wales 1790-1810, Harvard University Press, 1983, p.
202; Hilton L. Root, Politiques frumentaires et violence collective
en Europe au XVIIIe siècle, "Annales", n. 1, 1990, pp. 167-189. Su
questi temi cfr. le fondamentali ricerche di Edward P. Thompson, The
Moral Economy Reviewed, e The Moral Economy of the English Crowd in the
Eighteenth Century, in Id., Customs in Common, The Merlin
Press, 1991, pp. 259-351 e 185-258; e quelle di E.J. Hobsbawm, I ribelli,
Einaudi, 1966, pp. 138-160; Id. e G. Rudé, Rivoluzione industriale
e rivolta nelle campagne (Captain Swing), a cura di Gabriele Turi,
Editori Riuniti, 1973.
(14) Cfr. Edward Shorter, C. Tilly, Le déclin de la grève violente
en France de 1890 à 1935, "Le mouvement social", n. 76, 1971, pp.
95-118.
(15) C. Tilly, La formazione degli stati nazionali nell'Europa occidentale, il Mulino, 1984, pp. 284 e 293; cfr. Id., Le rivoluzioni, cit., p. 73; Id., Contrainte et capital dans la formation de l'Europe 990-1990, Aubier, 1992, pp. 172 e 308; Id., La Francia in rivolta, Guida, 1990, p. 532.
(16) Sui répertoires cfr. Id., La formazione, cit.,
p. 232; Louise A. Tilly, The Food Riot as a Form of Political Conflict
in France, "The Journal of Interdisciplinary History", 2 (1971),
1, pp. 47-56; Natalie Zemon Davis, Le culture del popolo. Sapere,
rituali e resistenze nella Francia del Cinquecento, Einaudi, 1980,
pp. 210-258.
(17) Cfr. R. Bianchi, Groupes sociaux en mouvement: la crise de la
vie chère en Europe après la Grande guerre, "Histoire et Sociétés",
in corso di pubblicazione.
(18) Cfr. D. Tartakowsky, Manifester pour le pain, novembre 1940-octobre
1947, "Les Cahiers de l'Ihtp", n. 32-33, 1996, pp. 465-478; Massimo
Legnani, Guerra e governo delle risorse. Strategie economiche e soggetti
sociali nell'Italia 1940-1943, "Annali della Fondazione L. Micheletti",
n. 5, 1990-91, pp. 333-366.
(19) Su Brixton e la Francia cfr. Christian Bachmann e Nicole Leguennec,
Violences urbaines. Ascension et chute des classes moyennes à travers
cinquante ans de politique de la ville, Albin Michel, 1996; Jean-Pierre
Garnier, Des barbares dans la cité. De la tyrannie du marché à la
violence urbaine, Flammarion, 1996; su Los Angeles si veda almeno
Andrea Colombo, Alessandro Portelli et al., Los Angeles. No Justice
No Peace, Manifestolibri, 1992, con video allegato.
(20) Su questi aspetti rinvio al dibattito suscitato da Marco Revelli,
Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro,
Einaudi, 2001.
(21) Arlette Farge, Sovversive, in Ead. e N. Zemon Davis, Storia
delle donne in Occidente. Dal Rinascimento all'età moderna, Laterza,
1991, p. 484.
(22) Rischio ricorrente, cfr. Immanuel Wallerstein, Il capitalismo
storico. Economia politica e cultura in un sistema-mondo, Einaudi,
1985, pp. 51-58; Samir Amin, Giovanni Arrighi, André Gunder Frank, I.
Wallerstein, Le grand tumulte? Les mouvements sociaux dans l'économie-monde,
La Découverte, 1991, pp. 10-55.
(23) L'espressione, però, tende ad appiattire e quindi e sottovalutare la complessità dei fenomeni sociali e dei conflitti che caratterizzarono un biennio in realtà segnato da spinte diverse e contrastanti.
(24) Cfr. R. Bianchi, Bocci-Bocci. I tumulti annonari nella Toscana
del 1919, Olschki, 2001, passim.
(25) Cfr. Simonetta Soldani, La Grande guerra lontano dal fronte,
in Giorgio Mori (a cura di), Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità
a oggi. La Toscana, Einaudi, 1986, p. 369. Cfr. Luigi Tomassini,
Mercato del lavoro e lotte sindacali nel biennio rosso, "Annali
dell'Istituto "A. Cervi"", n. 13, 1991, pp. 87-117.
(26) Cfr. Maria Concetta Dentoni, Annona e consenso in Italia 1914-1919,
Franco Angeli, 1995.
(27) Cfr. R. Bianchi, Articolazioni di una rivolta. I moti del 1919
in Emilia Romagna, "L'Almanacco", n. 38-39, 2002, p. 100.
(28) Cfr. Id., Bocci-Bocci, cit., p. 14.
(29) Di inflazione non parlava quasi nessuno, neppure tra gli specialisti,
e non solo in Italia, come dimostrano gli studi sulla Germania: Christof
Dipper, "Moral Economy" nel XX secolo. Retorica del carovita e protesta
sociale nella Germania di Weimar, "Scienza e politica", n. 2, 1989,
p. 96. Cfr. comunque Riccardo Bachi, L'alimentazione e la politica
annonaria in Italia, Laterza, 1926, p. 168; Le cause reali e
le cause apparenti del caro-viveri, "Avanti!", 19 giugno 1919; Fulvio
Zugaro, Il costo della guerra italiana. Contributo alla storia economica
della guerra mondiale, Amministrazione della guerra, 1921, p. 32.
(30) Come avvenne al ricco commerciante senese Benedetto Forti, figura
di spicco della vecchia e ancora attiva Commissione annonaria municipale:
cfr. Archivio di Stato di Siena, Tribunale penale, fascicoli processuali
1919 (d'ora in poi: Ass, Tps, fp 1919), b. luglio-agosto-settembre,
f. 61; Ass, Prefettura, 1919, b. 165, f. 29, Prefetto a Nitti,
8 luglio 1919; Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell'Interno,
Direzione generale di Pubblica Sicurezza, Divisione affari generali e
riservati (d'ora in poi: Acs, Ps), 1919, C1, b. 75 Siena, f.
Approvvigionamenti, Prefetto a Nitti, 6, 8, 11 luglio e 18 agosto
1919; ivi, K5, b. 102 Sciopero generale internazionale, f. Caroviveri,
Prefetto a Nitti, 24 luglio 1919; "Bandiera rossa-Martinella", 12 luglio
1919.
(31) Si registrarono alcuni assalti a Milano e in Romagna, subito celebrati
da Mussolini (Triplice lezione, "Il Popolo d'Italia", 7 luglio)
e messi in risalto da intellettuali come Umberto Ricci (La politica
annonaria dell'Italia durante la grande guerra, Laterza, 1939, pp.
76-79), Maffeo Pantaleoni (La fine provvisoria di un'epopea,
Laterza, 1919, p. 299), Luigi Einaudi (La condotta economica e gli
effetti sociali della guerra italiana, Laterza, 1933, p. 257), o
da quotidiani come "L'Idea Nazionale" (6 luglio): cfr. Acs, Ps 1919, C1,
b. 70 Milano, f. Approvvigionamenti, Unione cooperativa
a Ferraris, 6 novembre 1919; "L'Avvenire cooperativo", 25 agosto 1919;
"La Cooperazione italiana", 11, 18 luglio e 1 agosto 1919; "Il Corriere
della Sera", 14 luglio 1919.
(32) "La Nazione", 6 luglio 1919. Cfr. Archivio di Stato di Firenze, Tribunale
penale, fascicoli processuali 1919 (d'ora in poi: Asf, Tpf, fp 1919),
ff. 558, 560, 595.
(33) Nell'aula di un tribunale, un'imputata settantasettenne si lamentò per aver chiesto inutilmente ad un gruppo di donne, mentre queste si spartivano alcuni bidoni d'olio, almeno una parte del bottino: "poi una impietosita, me ne versò un litro o poco più in un barattolo"; quindi le giovani "si allontanarono. Io adagio adagio m'avviavo per uscire quando fui arrestata". Giuseppina Fallani, diciassettenne, fu vista con un piatto in mano mentre diceva "a me è toccato soltanto questo"; per di più Giuseppina inciampò e il piatto si ruppe. Una vecchia ottenne della stoffa da "un ragazzo sconosciuto" che da una bottega scassinata le gettò "tre scampoli di stoffe di cotone": ivi, ff. 558, 560 e 595.
(34) Ancora oggi è possibile rintracciare negli archivi comunali o all'Acs
molte lettere spedite al governo da negozianti per chiedere il rimborso
dei danni subiti; sono documenti che esprimono collera contro sindaci
e forze di polizia (era "come non esistessero", perché "chi comanda è
la Camera del lavoro"), ricche di dettagli e di rancore; ma nel fascicolo
relativo ad Ancona un paio di missive sono arricchite da fotografie dei
locali danneggiati: immagini eloquenti, forse preparate ad arte dai proprietari,
ma indubbiamente prese in locali vuoti, con al centro alcuni ammassi di
irriconoscibili materiali semidistrutti: Acs, Ps 1919, C1, b. 62 Ancona,
f. Approvvigionamenti; forse le foto vennero scattate dai merciai
Alessandro Del Vecchio e Giacomo Morpurgo (Lettera a Nitti, 16 settembre
1919).
(35) Cfr. A. Farge, Jacques Revel, La logica della folla. Rapimenti
di bambini nella Parigi del 1750, Laterza, 1989.
(36) "Il Nuovo Giornale", 4 luglio 1919; Asf, Tpf, fp 1919, f.
504.
(37) "Con gran gesti arringò i presenti, confortandoli col dire che si faceva bene e solo così si poteva raggiungere lo scopo". Iozzelli era nato e risiedeva a Firenze; sposato e con piccoli precedenti penali, prima della guerra faceva il venditore ambulante. Poco dopo il comizio venne arrestato; rinchiuso alla Fortezza da Basso, riuscì a dileguarsi approfittando della divisa che indossava, ma fu riconosciuto e catturato pochi giorni dopo; rispetto agli altri 19 imputati coinvolti nello stesso processo, l'ardito subì una condanna particolarmente pesante a due anni di carcere e 500 lire di multa per complicità in furto aggravato e violenza privata: ivi, f. 468.
(38) Quando uno degli assalitori fu processato, a proprio discapito dichiarò che "vi era un tenente fermo presso il negozio il quale diceva "Ragazzi, non vi approfittate di nulla, purché portiate tutto alla Camera del lavoro non c'è nessun male!" Credetti che si trattasse di cosa lecita": ivi, f. 523.
(39) Cfr. Ass, Tps, fp 1919, f. 65.
(40) Archivio di Stato di Pisa, Tribunale penale (d'ora in poi: Aspi,
Tpp), Sentenze, f. 147.
(41) Asf, Tpf, fp 1919, f. 595. Un droghiere si vide strappare
dalla saracinesca per ben tre volte il cartello implorante "Merce a disposizione
della Camera del Lavoro"; anche la sua bottega venne assalita: ivi, f.
469. Episodi simili in ivi, f. 579.
(42) Ivi, f. 473. Nei rapporti dei carabinieri fu segnalata la
presenza di 40-50 persone; successivamente il proprietario dichiarò di
aver visto "4 o 500 persone". Una parte delle merci fu rintracciata nei
locali dell'antica Società L'Affratellamento di Ricorboli e al Politeama.
(43) Cfr., ad esempio, Acs, Ps 1919, C1, b. 66 Firenze, f. Approvvigionamenti,
Prefetto a MI, 6 luglio 1919; Asf, Tpf, fp 1919, ff. 409, 424,
427, 432, 434, 464 e 467.
(44) Cfr. Alain Corbin, Jean-Marie Mayeur (a cura di), La barricade,
Publications de la Sorbonne, 1997. Su Torino cfr. Giancarlo Carcano,
Cronaca di una rivolta. I moti torinesi del '17, Stampatori Nuova
società, 1977; Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista.
Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, 1972.
(45) Crimini, "La Parola dei Socialisti", Livorno, 27 luglio
1919.
(46) Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, a cura
di Andrea Cavalletti, Bollati Boringhieri, 2000, p. 25 (corsivo nel testo).
(47) Asf, Tpf, fp 1919, f. 422, 468, 492, 511, 539 e 579; Asf,
Assise, 1920, b. 27, p. I, f. 12, Verbale di dichiarazione di
parte lesa, 16 luglio 1919.
(48) Che a Lucca sembrò assumere i connotati di una "fiera di Santa Croce"
anticipata: Una fiera anticipata, "Il Serchio", 12 luglio 1919.
Sul rapporto tra festa e rivolta, oltre agli studi di Michelle Perrot
(in particolare Les ouvriers en grève. France 1871-1890, Mouton,
1974, p. 548) cfr. almeno A. Corbin, Noëlle Gérôme, D. Tartakowsky, Les
usages politiques des fêtes aux XIXe-XXe siècles, Publications de
la Sorbonne, 1994; Yves-Marie Bercé, Fête et révolte. Des mentalirés
populaires du XVIe au XVIIIe siècle, Hachette, 1994.
(49) Luigi Einaudi, Cronache economiche e politiche di un trentennio
(1893-1925), vol. V (1919-1920), Einaudi, 1963, pp. 215 e 273.
(50) Asf, Tpf, fp 1919, ff. 466, 468, 511, 561; «Il Nuovo Giornale»,
6 luglio 1919.
(51)«L’Unità», 4 settembre 1919; cfr. ivi, 10 luglio 1919. Salvemini fu
testimone oculare della sommossa fiorentina (Opere, VI, Scritti
sul fascismo, vol. I, a cura di Roberto Vivarelli, Feltrinelli, 1961,
pp. 17, 468-478). Sulle rivolte meridionali si veda anche l’intervento
di Tommaso Fiore, Incendio al Municipio, a cura di Vittorio Fiore,
Lacaita, 1967, pp. 17-24.
(52) Cfr., ad esempio, Asf, Tpf, fp 1919, ff. 468, 492, 511,
552, 559, 588 e 595. Cfr. inoltre le osservazioni, riferite alla «settimana
rossa», di M. Isnenghi, L’Italia in piazza, cit., pp. 157-158.
(53) Catherine Régulier, Anatomie de la révolte, in Révolte
et société, cit., vol. 1, p. 91.
(54) Asf, Tpf, fp 1919, f. 492. Sul rapporto tra rivolta e legittimità
cfr. Geneviève Koubi, Du droit de résistance à l’oppression au droit
à l’insurrection: un droit de révolution?, in Révolte et société,
cit., vol. 1, p. 128.
(55) Cfr. R. Bianchi, Bocci-Bocci, cit., pp. 201-258.
(56) Era un risultato importante, se confrontato con i mob tradizionali
quando le folle ottenevano solo guadagni «immediati e di scarsa importanza»:
G. Rudé, La folla nella storia, cit., pp. 281-291; E.J. Hobsbawm,
I ribelli, cit., p. 156.
(57) Cfr. M. Isnenghi, L’Italia in piazza, cit., pp. 301-327;
per le peculiarità di un caso locale si veda R. Bianchi, Gente in
piazza, in Id. (a cura di), La Valdelsa fra le due guerre. Una
storia italiana negli anni del fascismo, Società storica della Valdelsa,
2002, p. 243.
Dietro le quinte
La mia analisi della crisi del primo dopoguerra vuole rompere con le chiavi di lettura più usuali, troppo schiacciate sulla politica e ossessionate dalla secca alternativa rivoluzione/controrivoluzione (che c'era, ma non c'era solo quella e comunque le alternative possono risolversi in infiniti modi diversi, almeno in questo tipo di storie).
Si tratta di una ricostruzione che, a mio avviso, può contribuire a sbalzare alcuni aspetti significativi della storia delle azioni collettive negli spazi pubblici dell'Italia contemporanea, e quindi della storia delle piazze e del loro uso.
Da questo punto di vista, i moti contro il caroviveri rappresentano un caso assai interessante, che è stato possibile studiare solo utilizzando una serie di fonti diverse: da quelle edite e più conosciute (periodici, pubblicazioni ufficiali, memorie, atti parlamentari, ecc.) a quelle conservate in vari archivi (centrali e periferici, pubblici e privati); fra tutte, spiccano per ricchezza e vivacità quelle processuali, con i fascicoli relativi agli imputate e alle imputate giudicati in seguito ai moti.
In queste carte ingiallite si può infatti ritrovare una rappresentazione di quel turbine di voci e di suoni, di grida e di rincorse per le strade che caratterizzarono i tumulti nelle città, nei piccoli centri e nei borghi dell'Italia del 1919, incontrandosi così con una porzione significativa dei protagonisti di quegli eventi.
Per affrontare il tema, è stato però necessario confrontarsi con tematiche storiografiche anche assai diverse: da quelle specifiche sulla crisi del primo dopoguerra (innumerevoli, a cominciare dai testi pubblicati fin da subito dai contemporanei), a quelle sulla storia delle manifestazioni, delle rivolte e dei processi rivoluzionari in Europa tra età moderna e contemporanea; da quelle sulla storia di genere e dei gruppi sociali, a quelle riguardanti l'analisi delle crisi (specie se alimentari) e delle carestie contemporanee. Il dialogo critico con la storiografia internazionale - da quella francese, alle opere di maestri della storia sociale come E.P. Thompson - è stato ovviamente fondamentale, come pure quello con gli studiosi della psicologia delle folle e dei comportamenti collettivi.
Ho avuto modo di illustrare più ampiamente alcuni di questi aspetti nell'introduzione al mio Bocci-Bocci. I tumulti annonari nella Toscana del 1919 (Olschki, 2001) e nella prima parte di un intervento su Gente in piazza (nel volume da me curato su La Valdelsa fra le due guerre. Una storia italiana negli anni del fascismo, Società storica della Valdelsa, 2002), oltre che in alcuni articoli pubblicati su "Passato e presente" o in corso di stampa su "Histoire et Sociétés".
Ma il mio contributo a questo primo numero di "Zapruder" rappresenta anche una premessa per ulteriori sviluppi della ricerca.
In particolare, può forse essere utile segnalare che sto lavorando ad una ricostruzione complessiva del cosiddetto biennio rosso. Si tratta di un compito difficile, che provo ad aggirare affrontando in primo luogo la prima fase di quella straordinaria e terribilmente complicata crisi. Il libro su cui sto lavorando è infatti intitolato Pace, pane, terra: l'estate del 1919 in Italia: Pace, ossia lo "scioperissimo" internazionale contro la guerra del 20-21 luglio; Pane, vale a dire i tumulti annonari; Terra, cioè il malessere delle campagne. Apparentemente mancano gli operai, che in realtà ci sono, come tante altre cose.
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