Zapruder
n. 1, pp. 12-28
Cecilia Ricci
In ordinem redigere. Polizia e ordine pubblico nella Roma imperiale
Secondo le ricostruzioni più verosimili, la Roma di Augusto contava all'incirca un milione di abitanti: cifra davvero considerevole, se si tiene conto dell'area abitativa disponibile e delle strutture residenziali su cui era possibile contare. In questo tessuto urbano trovarono spazio, nell'arco di poche generazioni, anche le caserme e i presidi dei corpi militari urbani, che presto diventarono un'immagine familiare per il cittadino della Roma imperiale.
Il numero di militari oscillava, a seconda dei computi, tra i 15.000 e i 25.000 uomini che accompagnavano, proteggevano, sorvegliavano rappresentanti del potere ed edifici civili, mescolandosi nel composito quadro della più grande metropoli antica, ma al tempo stesso segnalando la loro presenza e sottolineando la loro strutturale differenza rispetto ai cittadini attraverso l'abbigliamento, l'atteggiamento, il ruolo. Solo Alessandria e, in condizione subordinata, Lione, come Roma, ebbero una popolazione militare altrettanto considerevole e stabile, così come quasi permanente era il servizio di questi soldati: si andava dalla ferma "leggera" dei pretoriani (16-17 anni) sino ai 20 anni degli urbaniciani. Nei mercati, nelle vie affollate, nei luoghi dove si svolgevano cerimonie solenni, dove si celebrava un trionfo, dove si distribuivano grano o donativi, dove si giocava e dove si dava spettacolo, le truppe erano sempre presenti.
Va da sé che la realtà romana presentava caratteristiche peculiari ed esigenze specifiche in quanto sede centrale del potere imperiale; tutt'altra era la situazione dei territori provinciali, specialmente laddove erano acquartierate le legioni e i reparti ausiliari. Qui i compiti di polizia spettavano ai governatori che, in caso di sollevazioni, contro il rischio di minaccia per il potere costituito, ricorrevano con meno esitazioni alla repressione armata.
La creazione di corpi di truppa permanenti a Roma è parte del programma augusteo di tutela dell'ordine e della pace: si trattò di un'operazione condotta con gradualità e sistematicità, al fine di non destare timori di bruschi sovvertimenti delle garanzie repubblicane. Il numero e la varietà dei corpi con funzioni di polizia attivi a Roma agli inizi del principato è tuttavia un segno chiaro del cambiamento decisivo di atmosfera tra repubblica e impero, anche ammettendo che una parte dei servizi d'ordine preesistenti in forma privata siano stati semplicemente ufficializzati in questa seconda fase.
Un ruolo fondamentale nel nuovo apparato era svolto dalle coorti pretorie
e da quelle urbane. I pretoriani (tra i 5.000 e i 10.000 uomini, a seconda
dei computi e delle epoche) erano al comando del prefetto al pretorio,
un funzionario di rango equestre, e rivestivano incarichi vari alla presenza
del principe o di personaggi della famiglia imperiale, come guardie del
corpo e custodi delle residenze ufficiali. In assenza del principe, controllavano
le strade, aiutavano a circoscrivere gli incendi gravi e svolgevano funzioni
di polizia politica. Una coorte intera controllava regolarmente i luoghi
di spettacolo, al fine di reprimere gli eventuali episodi di violenza
e sorvegliava le assemblee popolari. Questi soldati si trovavano così
ad essere presenti in situazioni di tensione particolare (congiure di
palazzo, malcontento popolare) o nei luoghi dove si svolgevano dibattiti
giudiziari solenni o discussi. Erano anche attivi al di fuori dell'ambito
cittadino, al seguito dell'imperatore nei suoi viaggi; come partecipanti
a spedizioni militari e come task force, sempre su ordine del
principe, per sedare eventuali insurrezioni.
Accanto alle coorti pretorie erano tre coorti urbane (per un totale di
circa 1.500-3.000 uomini, non tutti stazionanti a Roma, ma dislocati anche
ad Ostia e Pozzuoli), con compiti di polizia diurna: sorveglianza dei
mercanti, delle strade, dei ponti, delle terme, dei luoghi di associazione.
Questi uomini erano al comando del prefetto urbano, un senatore, reso
in tal modo responsabile della sicurezza della città. In momenti diversi,
tra loro susseguenti, alcune centinaia di uomini reclutati tra le popolazioni
nordiche (in prevalenza Germani e Danubiani), svolsero funzioni esclusivamente
di guardia del corpo imperiale. i Germani corporis custodes (fino
all'epoca neroniana); gli equites singulares Augusti (a partire
dalla fine del I sec. d.C.); i protectores (a partire dalla metà
circa del III secolo d.C.). Infine, sette coorti di vigili (per un totale
di circa 7.000 uomini), reclutati tra i liberti e al servizio del prefetto
dei vigili, anch'egli di rango equestre, formavano un corpo paramilitare
con compiti di polizia notturna e di prevenzione e controllo degli incendi(1).
All'interno di ciascuno dei reparti sopra descritti, un rigido sistema
gerarchico contrapponeva gli ufficiali alla manovalanza, che partendo
dai gregari giungeva fino ai ranghi del centurionato o alla carica di
rango corrispondente. Per diverse ragioni è difficile farsi un'idea precisa
delle reali funzioni di polizia assunte da pretoriani e urbaniciani. In
primo luogo, per la natura delle fonti a nostra disposizione: i testi
letterari, riflettendo ideologie ed aspirazioni di gruppi politici, per
lo più senatorii, sono parziali e, spesso, imprecisi. Tacito, Erodiano,
Cassio Dione, gli scrittori dell'Historia Augusta non di rado
fanno riferimento ai "soldati di Roma", senza specificare a quale corpo
essi appartengano. Forme di rappresentazione diretta dei soldati quali
l'arte, le iscrizioni e i papiri ci dicono che essi spesso amavano dare
un'immagine civile di sé; informano, attraverso la simbologia cui facevano
ricorso, sui culti da loro praticati o, ancora, sul loro linguaggio; ma
non sul ruolo di controllo e di mantenimento dell'ordine a Roma. In secondo
luogo, la rarità dei resoconti che forniscano qualche dettaglio sul ruolo
delle truppe di Roma in occasione di tumulti di piazza non autorizza a
ricavare regole generali sul sistema di polizia e mantenimento dell'ordine
pubblico. Di questo tema si sono di recente occupati, da un punto di vista
diverso, ma con analisi in parte convergenti, due storici attenti alle
vicende della tarda repubblica romana: Fergus Millar e Wilfried Nippel.
Millar(2) passa in rassegna le strutture e le dinamiche della vita politica
romana in età repubblicana per metterne in luce gli originari caratteri
di democrazia diretta e non rappresentativa, grazie al fatto che il potere
legislativo, di fondamentale importanza, spettava ai comitia
(le assemblee popolari). Diventa essenziale, in questa prospettiva, la
valutazione dell'effettiva partecipazione alle assemblee e la stima almeno
approssimativa dell'esercizio del potere di persuasione (molta
gente poteva essere persuasa a venire a Roma a votare e a votare per un
certo candidato), da parte di individui e gruppi influenti. Un'attenta
analisi di tali fenomeni può consentire, secondo Millar, di cogliere la
peculiarità e capire il funzionamento del sistema repubblicano, contraddistinto
dalla stretta connessione tra sovranità popolare, espressa attraverso
le leggi, e l'inconsueta concentrazione di potere militare nelle mani
di individui all'origine del sistema monarchico.
Il populus Romanus non era un gruppo di discendenza
biologica, ma una comunità politica definita da diritti e doveri (questi
ultimi consistenti prevalentemente nel servizio militare nelle legioni)
e fu formato dalla progressiva estensione della cittadinanza romana in
Italia, e dal caratteristico costume romano di dare la cittadinanza ai
liberti(3).
In questo quadro, l'assenza di un'organizzata forza di polizia o di un corpo di impiegati statali incaricati di mantenere l'ordine ed esercitare il monopolio di stato dell'esercizio della forza appare caratteristico e distintivo di Roma. Non è possibile parlare di conflitti tra forze organizzate della legge e dell'ordine e popolazione: la violenza di massa fu incanalata in settori specifici della città e fu sempre diretta verso obiettivi determinati. Con Pompeo, nel 52 a.C., fu una novità l'impiego di soldati per il controllo politico. L'analisi di Millar si ferma a questo punto, immediatamente prima della trasformazione istituzionale realizzata da Augusto.
L'indagine di Nippel(4) si concentra in modo puntuale su polizia e ordine
pubblico. Entrambi i concetti appartengono al mondo moderno e sono il
prodotto di una lunga storia: la polizia è il frutto di cambiamenti fondamentali
negli atteggiamenti individuali e sociali nei confronti della "pace sociale"
e corrisponde ad esigenze di ordine in società percorse da conflitti di
classe. Quanto all'ordine pubblico, il suo valore cambia se considerato
dal punto di vista del potere o degli individui ad esso soggetti, delle
epoche e degli assetti istituzionali. Per quanto riguarda il mondo antico
(non solo quello romano), esso è caratterizzato dall'assenza di un corpo
di polizia forte e politicamente imparziale: il regime imperiale romano
non rimediò a tale mancanza. Si trova dunque un'affermazione analoga a
quella di Millar, che d'altra parte corrisponde ad un'opinione storica
diffusa: da parte sua, Nippel contesta che tale assenza possa aver costituito
un elemento di debolezza strutturale per la società romana. Tutte le società
premoderne si trovavano in condizioni analoghe e il suo libro parte dal
presupposto che i moderni standard di polizia non siano naturali e dunque
indispensabili al corretto funzionamento della comunità sociale: Nippel
cerca infatti, nel corso della sua indagine, di identificare gli equivalenti
funzionali di una forza di polizia in una società (come quella romana
repubblicana) senza polizia.
La riflessione degli storici in tema di polizia e ordine pubblico si ferma a questo punto, dopo l'analisi attenta della dinamica politica della tarda repubblica; alcune puntualizzazioni in relazione ai protagonisti dei conflitti sociali; la constatazione dell'assenza di una polizia nel senso di forze dell'ordine istituzionalizzate, almeno fino al riordinamento augusteo.
In relazione al problema trattato, dovendo qui considerare le forme di tutela dell'ordine pubblico in epoca imperiale e dopo aver ricordato gli strumenti creati da Augusto a questo scopo, aggiungerò qualche considerazione sul progetto a monte dell'operazione augustea e sui suoi esiti successivi, traendo spunto da alcune fonti che consentono di farlo.
La pianificazione augustea in questo campo è, si è detto, attenta quanto
progressiva: i pretoriani nascono come graduale istituzionalizzazione
delle guardie del corpo che agivano al seguito dei triumviri
durante le guerre civili. Il principe li seleziona tra le popolazioni
italiche di regioni circostanti la capitale, prevede per loro un trattamento
privilegiato rispetto ai soldati di guarnigione e, successivamente, li
organizza in coorti; a partire dal 2 a.C., colloca al loro vertice due
ufficiali di rango equestre. È sempre un'iniziativa di Augusto quella
di tenere all'interno della città solo una parte di questi soldati e di
distribuire il resto nei suoi dintorni. I pretoriani ricevono un acquartieramento
stabile e separato solo con il successore di Augusto, Tiberio. Il numero
delle coorti pretorie, ma anche di quelle urbane, varia poi costantemente
nel corso del I sec. d.C. e il loro riflesso nelle fonti letterarie sembra
decrescere in coincidenza di questo assestamento. Anche se le coorti pretorie
sono il fulcro di questo programma, la strategia di Augusto prevede comunque
la distribuzione del potere d'intervento nel campo dell'ordine pubblico
nelle mani di più funzionari (i vari prefetti) che rispondono direttamente
a lui. È difficile definire con precisione i margini di autonomia nel
campo del controllo dell'ordine pubblico, e in senso più generale, in
quello della giustizia criminale, del prefetto urbano, che ha a disposizione
le coorti urbane: questa figura istituzionale che nel corso dei primi
secolo del principato assorbe gradualmente le funzioni dei preesistenti
magistrati repubblicani (soprattutto pretori ed edili) aveva certamente
compiti di prevenzione di eventuali sommosse che potevano scoppiare nella
città e di sorveglianza dei luoghi dove avevano luogo assembramenti di
popolo(5). L'ordine pubblico, secondo i piani di Augusto, deve essere
salvaguardato attraverso un ampio programma di prevenzione e tutela, per
non incrinare, come dice Nippel, il senso di sicurezza dei vari ordini
della società; la peculiarità del sistema augusteo consiste allora sia
nelle forme (modalità e capacità d'intervento delle forze di polizia),
che soprattutto nella strategia del controllo (la scelta delle circostanze
per cui l'intervento è ritenuto necessario), attivo in questo modo tanto
sulle forze addette al controllo, quanto sull'oggetto dell'eventuale repressione.
Un brano della Vita di Svetonio, che accenna solo indirettamente
all'eventualità di sommosse, è caratterizzato dall'apparente leggerezza
con cui viene riflessa la capillarità degli interventi augustei in campo
militare. Si tratta di Suet., Aug., 49 (relativo agli ultimi
decenni del I secolo a.C.):
Per quanto riguarda le forze militari, distribuì nelle
varie province le legioni e gli ausiliari; una flotta la piazzò a Miseno
e un'altra a Ravenna a difesa del Tirreno e dell'Adriatico. Il resto delle
truppe, parte le destinò alla difesa dell'Urbe, parte alla guardia della
sua persona […]. Non tollerò mai che stazionassero a Roma più di tre coorti
e per di più le tenne senza accasermarle. Le rimanenti usava inviarle
ad acquartierarsi, sia d'inverno sia d'estate, nelle cittadine vicino
a Roma. A tutte le truppe, inoltre, ovunque fossero, fissò nettamente
gli stipendi e i premi da godere, differenziandoli secondo i gradi, il
tempo del loro servizio e i vantaggi congiunti al loro congedo. I soldati
congedati non potevano quindi, data la loro età e considerando la loro
inopia, essere coinvolti in una rivoluzione (ne aut aetate aut inopia
post missionem sollicitari ad res novas possent).
Nella parte conclusiva del brano, si fa riferimento all'eventualità di
un colpo di stato o alla possibilità che i veterani decidano di schierarsi
al fianco dei civili (insieme alle truppe legionarie) nel caso di un "rivolgimento
dello status quo". Le res novae sono il rovesciamento dell'ordine
tradizionale, in questo frangente specifico appena ripristinato da Augusto,
dopo le guerre civili; è il fantasma di una "rivoluzione" che, a partire
da Roma, possa propagarsi all'Italia e all'Impero.
Le fonti letterarie ci informano, anche se in forma indiretta, del ricorso
all'apparato creato da Augusto da parte dei suoi successori. In epoca
giulio-claudia, il progetto di questo imperatore rimane esecutivo e il
ripristino dell'ordine resta compito precipuo del principe, che usa a
questo scopo i soldati di Roma. Quanto alla folla, che reagisce o subisce
la repressione, è protagonista di una serie di episodi in cui l'uso di
un sostantivo collettivo generalizzante (essa viene definita nelle fonti
multitudo, turba, plebs, vulgus, populus o, con i corrispondenti
termini greci, demos e ochlos) allude all'insieme degli abitanti
della capitale non appartenente agli ordini superiori, organizzati in
associazioni di mestiere, che già dalla tarda epoca repubblicana avevano
cominciato a rappresentare un movimento di opinione non trascurabile,
pur privo di una vera e propria ideologia politica. Si tratta anche del
popolo beneficiario delle distribuzioni gratuite di frumento e denaro.
La plebs della decadenza repubblicana e dell'impero
non è un proletariato di lavoratori di modesta o infima situazione economica
e sociale perché è un ceto che non lavora e quindi non produce, mentre,
invece, ha diritti da tutti riconosciuti: qualunque sia l'origine locale
ed etnica, i cittadini romani non abbienti, abitanti in Roma e nell'area
suburbicaria dei centomila passi di raggio dal centro della città, si
ritengono i discendenti dei conquistatori ed edificatori dell'impero e
pertanto non lavorano perché è ritenuto ovvio che abbiano diritto a vivere
sui proventi dell'impero stesso. È superfluo aggiungere che il governo
romano - qualunque ne fosse la consistenza, il seguito, i gruppi detentori
del potere - doveva far fronte alla realtà sociale di questa 'plebe'…
per evitare rivolte e instabilità sociale che avrebbero avuto conseguenze
disastrose per il centro del potere e quindi per la totalità dell'impero
[…](6).
Un brano, sempre di Svetonio, si commenta da solo per la ferocia dei fatti
cui si allude. Sotto il principato di Caligola, tra il 37 e il 41 d.C.
(Suet., Cal., 26):
Turbato nel sonno dal rumore di alcune persone che nel
mezzo della notte si installavano nei posti gratuiti del circo, li fece
cacciare tutti a bastonate e nel tumulto (tumultus) che ne seguì
furono schiacciati più di venti cavalieri romani e altrettante matrone,
senza contare un'innumerevole turba di altra gente.
La responsabilità di quanto avvenuto viene attribuita dallo storico direttamente
a Caligola, tradizionalmente dipinto come uno dei principi più sofisticati
nella sua efferatezza. Gli esecutori rimangono nell'ombra, celati dal
verbo causativo ("fece frustare") e dal laconico passivo ("furono schiacciati").
È sottinteso chi sia il mandante: quel Caligola ideatore di torture, soprusi
o assassinii, ai cui ordini i soldati non fanno cenno di ribellarsi; eppure
saranno quegli stessi soldati (e i loro ufficiali) ad uccidere il "tiranno"(7).
Sembra che Nerone sospese temporaneamente il servizio di sorveglianza
militare presso i luoghi di spettacolo, a quanto dice lo storico greco
Cassio Dione (61, 8, 3), che, riferendosi all'anno 55 d.C.(8), dà una
sua interpretazione del provvedimento:
Vietò ai soldati, i quali erano sempre stati soliti a
presenziare ai pubblici raduni, di continuare ad assistervi: la scusa
ufficiale era che essi dovevano occuparsi solo di ciò che riguardava strettamente
i doveri militari, ma il suo reale proposito era quello di dare tutto
l'appoggio possibile a coloro che volevano provocare dei disordini.
Nel 62 d.C., lo stesso principe, di fronte alla dimostrazione popolare
a favore della moglie Ottavia appena ripudiata e contro la nuova concubina
Poppea, reagisce con la repressione attraverso i reparti militari (con
ogni probabilità pretoriani), per ribadire l'arbitrio nell'esercizio del
potere e il suo diritto al controllo. Si tratta di Tac., Ann.,
14, 61 (62 d.C.):
[Dopo il rientro di Ottavia] il popolo quindi sale esultante
al Campidoglio e rende finalmente omaggio agli dei. Le statue di Poppea
vengono abbattute, quelle di Ottavia levate sulle spalle, ornate di fiori
e collocate nel foro e nei templi […]. E già il Palazzo era pieno di folla
(multitudine) e di clamori, quando schiere di armati (militum
globi), irrompendo con verghe e colle spade puntate, scompigliarono
la folla e la dispersero […]. Tutto ciò che la sommossa (seditio)
aveva capovolto è di nuovo mutato e il culto di Poppea ristabilito. [Ma
Poppea diceva a Nerone che] quelle armi erano state impugnate contro l'imperatore;
non era mancato altro che un capo, il quale, una volta scoppiata la sedizione
(motis rebus), si troverebbe facilmente […]. Ottavia, pur lontana,
scatenava rivoluzioni (tumultus) […]. Quel primo disordine (primos
motus) era stato represso con un giusto castigo e con provvedimenti
moderati, ma ove il popolo perdesse ogni speranza che Ottavia ridiventasse
la moglie di Nerone, penserebbe lui a darle un altro marito […](9).
Nel brano Tacito fa uso di un vocabolario molto variato per definire la
manifestazione popolare (i termini latini sono evidenziati tra parentesi)
che, lungi dal rivendicare diritti o privilegi, vuole mostrare solidarietà
con la scelta dell'imperatore; e definisce, per bocca di Poppea, iusta
ultio, una giusta vendetta, la repressione dei disordini. Questa
folla che partecipa alle vicende private dei regnanti, e addirittura manifesta
per influenzarne l'andamento, assomiglia agli attuali spettatori di sit-com
o ai lettori di riviste patinate che si appassionano al privato ricco
di colpi di scena di personaggi inesistenti, o agli amori e ai dolori
dei vip. Con una differenza, non da poco: contro i manifestanti anti-Poppea,
la violenza del potere si scatena anche fisicamente, oltre che moralmente,
nella sua volontà di disciplinare impulsi vitali che escono fuori dal
controllo.
Nel II secolo d.C. i già rari segnali avvertibili attraverso le fonti
di interventi della polizia urbana contro folle manifestanti tacciono
del tutto: la "rifondazione dell'impero"(10) passa anche attraverso l'eliminazione
del ricorso a interventi repressivi troppo brutali, alla maniera dei giulio-claudi,
o almeno, a giudicare da quel che ci è arrivato, ad una loro abile dissimulazione.
È probabile che la "polizia di Augusto" entri in crisi quando il sistema
stesso del principato comincia a vacillare seriamente: la distribuzione
delle responsabilità ai prefetti non funziona più nel momento in cui è
il sistema stesso a entrare in crisi. Si può ipotizzare che anche per
i corpi militari urbani valga quanto sta via via emergendo negli studi
sulla storia dell'esercito romano: e cioè che linee di continuità esistano
tra i primi due secoli dell'impero da una parte e tra l'esercito di Marco
Aurelio e quello di Diocleziano, dall'altra. Lo spartiacque potrebbe essere
rappresentato dalle realizzazioni di Settimio Severo in questo campo (infra).
In uno degli ultimi anni del regno di Commodo (il 190 d.C.) si colloca
uno scontro che vede su opposti fronti da una parte i pretoriani e il
loro comandante, dall'altra la folla e le coorti urbane. Per la notevole
estensione dei brani di Cassio Dione (72, 13, 3-6) ed Erodiano (I, 12,
3-9; 13, 1-4), sui quali si basa la ricostruzione dei fatti, ne darò un
sunto, limitandomi a qualche citazione puntuale. Durante uno spettacolo
di corse al Circo Massimo, un gruppo di giovani cominciò a lanciare invettive
contro il prefetto del pretorio Cleandro, assente. La folla degli spettatori,
lasciandosi coinvolgere, si mosse in corteo verso la villa di Commodo,
per chiedere la testa di Cleandro, odiato dal popolo e dai senatori per
l'influenza che esercitava sul sovrano. Sia Cassio Dione che Erodiano
concordano nell'affermare che Cleandro fece caricare la folla dai soldati
a cavallo. La folla, nonostante le cospicue perdite, cercò di resistere
e ritornò sui suoi passi; a questo punto però anche la gente rimasta fino
a quel momento passiva intervenne colpendo i cavalieri; addirittura gli
urbaniciani ("per odio verso i cavalieri") attaccarono, solidali con la
popolazione. "In questa guerra civile, nessuno volle informare Commodo
di quello che stava accadendo, tanto si credeva fosse il potere di Cleandro"
(Erod., I, 13, 1). Fu proprio l'intromissione della polizia urbana a far
precipitare la situazione dei pretoriani: si creava a questo punto un
conflitto di competenze tra pretoriani e urbaniciani, con conseguente
abuso di potere da parte di Cleandro, che Commodo risolse convocando il
suo protetto e mettendolo a morte.
Che questo non sia stato un fatto di poco conto, ma abbia
avuto le dimensioni che prospetta Erodiano, è attestato dalle conseguenze
[vittime e devastazioni], che non sarebbero state tali da indurre Commodo
a sacrificare Cleandro, come afferma subito dopo lo stesso Cassio Dione,
se si fosse trattato di una mischia tra pretoriani e popolo con, in più,
qualche morto […](11).
La dinamica dei fatti è abbastanza chiara: il pubblico dello spettacolo coglie la provocazione che proviene da uno degli spettatori in forma apparentemente casuale, in realtà sapientemente orchestrata da parte senatoria, e si muove per rivolgere la sua protesta direttamente a Commodo. I pretoriani ricevono l'ordine di fermare il corteo caricandolo (con bastoni e spade) ed eseguono l'ordine prima che i manifestanti abbiano il tempo di dire la loro, direttamente o attraverso portavoce, al principe. Quando con i primi feriti alcuni cominciano a tornare sui propri passi, interviene un terzo protagonista, gli urbaniciani, in qualità di garanti dell'ordine pubblico in città, al fianco dei manifestanti. Polizia e carabinieri si spaccano, verrebbe da dire con facile analogia rispetto ad oggi.
In realtà, dietro gli urbaniciani e prima ancora dietro la provocazione all'origine dell'episodio, c'è la mano dell'organo di potere più astuto dello stato romano, il senato che, attraverso il prefetto urbano, ha dato ai suoi soldati l'ordine di intervenire, non tanto per prendere le difese della popolazione inerme, quanto per esprimere tutto il proprio dissenso contro il prefetto del pretorio Cleandro, figlio di un ex schiavo, favorito dell'imperatore. A partire dalla riforma delle carriere operata da Augusto, la prefettura del pretorio era il culmine della carriera equestre, mentre la prefettura urbana era affidata a uomini di rango senatorio. Entrambi i prefetti ricoprivano posti chiave per l'esercizio del potere politico a Roma, ed erano riconducibili ai due poli di potere nell'impero romano: il senato appunto e il principe. Lo scontro tra manifestanti e forze dell'ordine è per così dire telecomandato dai vertici: i pretoriani obbediscono all'ordine di caricare, gli urbaniciani eseguono il compito di contenere i termini dello scontro nell'interesse della "pace sociale", per ribadire soprattutto compiti e sfere di competenza. Il gesto di Commodo, che sacrifica un suo uomo, è il male minore che soddisfa il malcontento popolare e non raccoglie la sfida del suo nemico più pericoloso: la sensazione è che il controllo stia sfuggendo di mano al principe.
Un altro episodio, molto famoso, riguarda un attacco alla caserma dei
pretoriani che ha luogo nel 238 d.C. quando, dopo la morte dell'imperatore
Gordiano, il senato proclamò suoi successori Pupieno e Balbino. Prima
di introdurlo, anch'esso ampiamente riassunto, data la notevole estensione
dei testi che lo ricordano, va premesso che all'inizio del III secolo
l'imperatore Settimio Severo (197-211 d.C.) aveva sostanzialmente modificato
la composizione delle truppe pretoriane, reclutandone gli effettivi tra
le legioni. L'area di reclutamento di questo corpo era andata progressivamente
allargandosi, nel corso del II secolo, per ragioni diverse: non ultima,
l'allentamento dell'interesse nei confronti della professione militare
che attraeva sempre meno gli abitanti dell'Italia. Cambia l'origine etnica
di questi soldati, ma soprattutto diminuisce significativamente il loro
grado di romanizzazione: i pretoriani non provengono più dalle regioni
dell'Italia circostanti la capitale, ma dalle regioni danubiane, parlano
un latino stentato, sono rozzi e non hanno esperienza di stretto contatto
con la popolazione civile, soprattutto con quella di una grande metropoli
come Roma. L'episodio qui riferito non è che una fase dello scontro di
ben più ampio respiro che, in quell'anno di grandi avvicendamenti, vede
come protagonisti Roma e l'Italia, alcune aree provinciali, urbane e rurali,
il senato e il popolo di Roma, i soldati (di guarnigione e urbani) e gli
imperatori. Le nostre fonti sono gli Scriptores Historiae Augustae(12)
(una compilazione storica tardoantica, in lingua latina e di parte senatoria)
e ancora una volta Erodiano, storico di origine siriana, funzionario di
corte e contemporaneo dei fatti narrati(13).
Il popolo di Roma era contrario alla nomina a imperatori di Pupieno e Balbino; i due, protetti da una scorta armata di giovani cavalieri e di veterani residenti a Roma, tentarono di uscire dal tempio capitolino, ma la folla resistette "a colpi di pietra e di bastone". I senatori pensarono allora di designare come aspirante alla successione un nipote omonimo di Gordiano. L'espediente riuscì, ma di lì a poco
la sconsiderata temerità di due senatori provocò in quel
periodo un incidente le cui conseguenze furono gravissime per la città
di Roma. Nel senato era in corso una seduta plenaria per deliberare sulla
situazione; e, avendolo saputo, i soldati che Massimino [imperatore proclamato
dalle truppe, non riconosciuto dal senato di Roma, in quel momento impegnato
militarmente altrove] aveva lasciato al campo perché di età avanzata e
prossimi ormai a terminare il servizio [pretoriani tra i 35 e i 40 anni
dunque] vennero fino alle porte della curia, desiderosi di conoscere le
decisioni prese. Essi erano senz'armi, e sulla tunica indossavano
soltanto il mantello; così attendevano, insieme ad un gruppo di civili.
Mentre i più rimanevano dinanzi alle porte, due o tre, desiderosi di seguire
più da vicino la discussione, entrarono nella curia, oltrepassando l'altare
della Vittoria. Un senatore di famiglia cartaginese, che da poco era stato
console, chiamato Gallicano, e un altro che aveva raggiunto il grado di
pretore, e si chiamava Mecenate, aggredirono i soldati, che nulla di ciò
si aspettavano, e avevano le braccia impigliate nei mantelli, colpendoli
al cuore con spade che portavano nascoste. Dati i torbidi in
corso infatti tutti i senatori portavano armi, chi palesemente,
chi di nascosto, per difendersi contro improvvise aggressioni.
I pretoriani colpiti morirono; gli altri fuggirono, cercando di raggiungere il loro accampamento. Gallicano, non contento, prese ad incitare la folla presente ad inseguirli e ad ucciderli, perché "nemici del senato e del popolo romano, amici di Massimino".
Il popolo si lasciò immediatamente convincere; applaudì
Gallicano, e si lanciò all'inseguimento dei soldati con tutta la velocità
possibile, lanciando pietre contro di loro. I soldati, benché
alcuni venissero feriti, non si lasciarono raggiungere; fuggirono al campo,
chiusero le porte, e presero le armi mettendosi a guardia delle
mura. Perseverando in questa sua impresa, Gallicano suscitò una guerra
civile (emphylion polemon) che riuscì di grave danno alla città.
Egli infatti eccitò la moltitudine a forzare i pubblici arsenali, ove
peraltro si conservavano piuttosto armi da parata che da combattimento;
consigliò che tutti si provvedessero di armature con mezzi di fortuna;
aprì le caserme dei gladiatori e li fece uscire, muniti delle armi
a ciascuno caratteristiche. I cittadini diedero di piglio a tutte le
lance, le spade e le scuri che si trovavano nelle case e nelle officine;
insomma, nella loro esaltazione, si facevano un'arma di qualsiasi
arnese adatto che capitasse loro fra le mani. Riunitisi, avanzarono verso
il campo, e si schierarono contro le porte e le mura con l'intenzione
di assediarlo. I soldati, valendosi della loro esperienza e muniti di
armi migliori, si proteggevano con gli scudi o dietro
i baluardi, e bersagliando gli assedianti con frecce, o tenendoli
lontani con lunghe lance, frustravano i loro tentativi.
Fattosi buio, i gladiatori e i cittadini decisero di ritirarsi; i soldati
fecero una sortita e contrattaccarono; molti gladiatori e molti civili
morirono. Quindi i soldati si ritirarono. A questo punto (non si specifica
il lasso di tempo intercorso, ma necessariamente deve trattarsi almeno
di qualche giorno) si reclutarono abitanti dell'Italia per combattere
i pretoriani e al loro comando vennero posti gli ufficiali migliori. Ciononostante,
gli assediati si difesero bene, tanto che l'imperatore Balbino si adoperò
perché i due blocchi giungessero a una conciliazione, senza successo:
il popolo con la sua superiorità numerica non accettava di non riuscire
a espugnare i castra; i pretoriani "perché subivano da parte
dei Romani ciò che fino allora avevano solo subito dai Barbari". Queste
poche righe sono conferma del fatto che, qualche decennio dopo l'intervento
di Settimio Severo sopra ricordato(14), le truppe pretoriane sono ampiamente
composte da legionari che hanno combattuto sul fronte, e trovano inconcepibile
subire un attacco da parte di cittadini romani. Viene in mente quello
che, a proposito dell'esercito del III secolo, si domanda Jean-Michel
Carrié: se cioè nel binomio senatus populusque Romanus, ancora
vivo in questo momento,
l'esercito imperiale non costituiva forse le nuove sembianze
assunte dal populus Romanus, numericamente ridotto, geograficamente
disperso, culturalmente disomogeneo, ma moralmente unificato; tecnicamente
specializzato nella difesa dell'Impero, ma collettivamente responsabile
della sua sopravvivenza? (15).
Nella parte conclusiva del racconto, gli assedianti decisero di tagliare le condutture che fornivano d'acqua il campo, per indurre i soldati alla resa. Questi fecero una sortita e nella battaglia che seguì ingenti furono le perdite e gravi i danni prodotti alla città.
Lo scontro descritto da Erodiano si svolge in diversi luoghi della città:
inizialmente la curia, sede del senato, quindi le caserme dei pretoriani,
finendo per coinvolgere nella fase più accesa edifici e altri spazi della
città, con un bilancio delle vittime piuttosto pesante. In esso la furia
del popolo si scatena contro un simbolo (i castra praetoria appunto,
dove in quel momento si trovavano solo soldati in attesa del congedo),
abilmente provocata dai senatori, al fine di non subire interferenze nella
nomina dell'imperatore prescelto. In entrambi gli episodi il ruolo dei
veterani e dei pretoriani anziani è inizialmente di difesa: più precisamente,
nel primo caso di adempimento della propria funzione (anzi forse di una
prestazione straordinaria, dato che il compito di scorta degli ex magistrati
non era propriamente di loro spettanza!); nel secondo caso di resistenza
allo stremo.
La versione di Erodiano, qui riportata, è particolarmente interessante
per la ricostruzione dei protagonisti e delle responsabilità delle vicende
narrate. Il brano dell'Historia Augusta è, al confronto, essenziale
e asettico: riconoscendosi estraneo sia rispetto al popolo che ai soldati,
il biografo assume al proposito un tono piatto, di pura registrazione
dei fatti, che sembrano non stupirlo più di tanto, e ai quali non dedica
troppo spazio. Erodiano invece esprime una tendenza più popolareggiante
del pensiero storico, dissonante rispetto al resto della tradizione sui
fatti coevi. Il suo punto di vista è diverso sia rispetto a quello del
compilatore dell'Historia Augusta, sia rispetto a quello di Cassio
Dione (anch'egli di parte senatoria), rispecchiando piuttosto l'atteggiamento
dei servi e liberti di corte. In un testo filosenatorio non si potrebbe
trovare l'attribuzione esplicita di responsabilità ai senatori e al loro
uomo Gallicano, sia nell'uccidere uomini disarmati, sia nell'istigare
la rivolta. Le parole che gli vengono messe in bocca sono chiare: i pretoriani,
non in quanto soldati, ma come sostenitori di Massimino, sono i nemici
di Roma.
Erodiano inoltre dà un quadro preciso degli opposti schieramenti che si
allargano a comprendere rispettivamente, oltre al popolo, gladiatori e
nuove reclute provenienti dall'Italia; e, oltre ai pretoriani, i poveri
di Roma. È curioso che questi ultimi non si muovano autonomamente, approfittando
del disordine generale, per darsi al saccheggio e rimediare qualcosa per
sopravvivere, ma scelgano di appoggiarsi ai soldati: pretoriani e poverissimi
di Roma (probabilmente entrambi in gran parte stranieri) sembrano accomunati
dal bisogno e dalla volontà di riscatto rispetto a quei ricchi che compaiono
solo alla fine del lungo brano connotati come tali, che altro non sono
se non quei senatori e i cavalieri protagonisti della fase iniziale dello
scontro, passati poi nell'ombra rispetto alla manovalanza popolare da
loro manovrata. Quanto a quest'ultima, è difficile dire da chi esattamente
fosse composta: probabilmente un insieme di strati diversi, misti di proletariato
attivo e di plebe sfaccendata, che prepoliticamente agisce senza compattezza
e unità d'intenti, spinta al contempo dal legittimo desiderio di esprimere
la propria volontà in un momento di successione dinastica in cui Roma
comincia a non essere più teatro esclusivo della politica e da un'abile
guida dall'alto, di legami clientelari e collusioni corrotte. Come dice
Foraboschi(16), a proposito del fenomeno dello schiavismo antico:
[…] soprattutto mancava agli schiavi un'ideologia della
liberazione. Come i ribelli primitivi o i banditi sociali, avevano le
stesse idee della società di cui erano parte […] E, notoriamente, la mancanza
di una cultura del conflitto riduce la percezione delle ingiustizie e
schiaccia i rapporti sociali dentro le relazioni interpersonali, col loro
alone di sentimenti di odio, di amore, di autentica dedizione servile
al padrone […].
Ho evidenziato in corsivo le numerose volte in cui nei testi si fa riferimento,
in modo generico o puntuale, alle armi usate nello scontro: mi è sembrato
che l'insistenza dell'autore su questo punto non sia casuale e segua quasi,
in una sorta di crescendo, la degenerazione progressiva dello scontro.
C'è di tutto: armi illegittimamente detenute (le spade con cui i senatori
uccidono i pretoriani, le lance, le scuri e ancora le spade che la folla
corre a recuperare nelle case), armi improprie (le tegole, i mattoni,
il vasellame del popolo), armi recuperate per la circostanza (le armi
da parata dei pubblici arsenali), armi professionali (le frecce, le lance
e altro di cui era dotato l'arsenale dei pretoriani e le armi in dotazione
ai gladiatori). Lo scontro si trasforma presto in mache (battaglia),
quindi in emphylion polemon (guerra civile): è la stessa espressione
usata da Erodiano in riferimento ai fatti di Cleandro, il bellum intestinum
che, agli inizi dell'ultimo secolo dell'impero precristiano e della lunga
fase cosiddetta dell'anarchia militare, è usata in modo tragicamente consapevole.
All'inizio del IV secolo, quando l'esercito di frontiera viene completamente
riformato, i pretoriani e gli equites singulares Augusti, favorevoli
a Massenzio, vengono sciolti da Costantino; al loro posto vengono create
le scholae Palatinae, vero e proprio comitatus imperiale.
La capitale dell'Impero si trasferisce a Costantinopoli, ed è qui piuttosto
che andrebbe indagata l'organizzazione del servizio d'ordine in una grande
città del tardoantico. Gli scenari e i protagonisti cambiano e, anche
e soprattutto nell'esercito, le pratiche di controllo si avvicinano a
quelle moderne. Mi limito a lanciare una suggestione: nel momento in cui,
almeno nell'arte occidentale, scompaiono progressivamente le rappresentazioni
di soldati armati e in uniforme, sostituite da immagini più confortanti
di militari in abiti civili, con i familiari, amici e servitori e magari
con un volumen tra le mani, il cittadino del nuovo impero romano e cristiano
si dice "soldato di Cristo". Si potrebbe, estremizzando, dire che mentre
il militare si civilizza, il civile si militarizza, recuperando nel linguaggio,
prima ancora che nella vita di comunità, il mondo di valori assoluti di
cui l'esercito è portatore e simbolo: la gerarchia, la disciplina, l'obbedienza.
Note
(1) A Roma erano inoltre attivi i frumentarii (tra II e III secolo, quando
spariscono per lasciar posto ad altri reparti con mansioni analoghe),
che procedevano agli arresti. Provenienti dalle legioni, essi svolgevano
funzioni di servizio di sicurezza e di spionaggio e per questo erano tradizionalmente
malvisti e odiati dalla popolazione civile. Di essi lo storico cristiano
Aurelio Vittore (39, 43-45), alla fine del IV secolo, dice che «sembrano
essere stati creati per esplorare, tenere i contatti al fine di cautelarsi
contro eventuali ribellioni (motus) provinciali, forgiavano accuse criminose,
insinuavano ovunque il terrore, soprattutto presso i popoli più lontani
e si davano a vergognose esazioni». Un frammento d’iscrizione della metà
circa del III secolo, proveniente dall’Asia minore (Année Épigraphique
1964, 231, dai pressi di Kula-Kavacik, attuale Turchia) contiene i resti
di un testo inviato all’imperatore Filippo (247-249 d.C.) per denunciare
gli abusi degli agenti militari. Solo una minima parte del testo greco
è sopravvissuta: essa è tuttavia sufficiente per cogliere il timore e
l’odio che i frumentarii suscitavano.
(2) Fergus Millar, The Crowd in Rome in the Late Republic (Jerome
Lectures, 22), Ann Arbor, 1998.
(3) Ivi, p. 211.
(4) Wilfried Nippel, Public Order in ancient Rome, Cambridge,
1995. Questo testo è la versione rivisitata del precedente Ausfuhr
und “Polizei” in der ömischen Republik, Stuttgart, 1988.
(5) W. Nippel, Public Order, cit., pp. 94-96.
(6) Mario Attilio Levi, Nerone e i suoi tempi. Il vero ritratto di un
«princeps», Laterza, 2001, pp. 21-22.
(7) Al momento della proclamazione del nuovo imperatore, data la prima
occasione (almeno esplicita) in cui il sovrano si comprò la fedeltà delle
truppe. Suet., Cla., 10 (41 d.C.): “… Ma il giorno seguente,
dal momento che il senato tendeva a rimandare l’esecuzione dei suoi piani
per via della stanchezza provocata da coloro che esprimevano parere diverso,
mentre il popolo, che stava intorno alla sala, già reclamava un unico
capo ed espressamente faceva il suo nome, Claudio lasciò che le truppe
(armatos) riunite in armi (probabilmente i pretoriani) gli giurassero
obbedienza e promise ad ogni soldato quindicimila sesterzi. Fu così il
primo dei Cesari che, per assicurarsi la fedeltà dei militi, abbia dato
loro un premio”.
(8)Traduzione dal greco di Alessandro Stroppa, Rizzoli, 1999.
(9) Traduzione dal latino di Azelia Arici, per la Utet, 1969, rist. 1983.
(10) L’espressione è di M.A. Levi, Adriano. Un ventennio di cambiamento,
Bompiani, 2000.
(11) Fulvio Grosso, La lotta politica al tempo di Commodo, Accademia
delle Scienze di Torino, 1964, p. 298, nota 1.
(12) Scriptores Historiae Augustae, Max. et Balb., 9, 1-3 e 10,
4-8.
(13) In particolare, Herod., 7, 10,5-7; 11,1-7. La traduzione riportata è quella di Filippo Cassola, nell’edizione curata per Sansoni, 1967.
(14) Qui si parla di soldati alla vigilia del congedo, con 14 o 15 anni
di servizio alle spalle, arruolati dunque all’epoca di Severo Alessandro.
(15) Jean-Michel Carrié, Eserciti e strategie, in Andrea Carandini,
Lellia Cracco Ruggini e Andrea Giardina (a cura di), Storia di Roma,
vol. III, t. 1, L’età tardoantica, Einaudi, 1993, p. 112.
(16) Daniele Foraboschi, La rivolta di Spartaco, in Guido Clemente,
Filippo Coarelli ed Emilio Gabba (a cura di), Storia di Roma,
vol. II, L’impero mediterraneo, t. 1, La repubblica imperiale,
Einaudi, 1990, p. 723.
Dietro le quinte
Uno dei miei interessi guida nella ricerca è la storia sociale dell'esercito
romano; le difficoltà di una ricerca di questo tipo sono legate alla scarsità
e alla natura delle fonti, prevalentemente letterarie e dunque indirette
e ufficiali. Io lavoro prevalentemente sulle iscrizioni latine imperiali,
raccolte nel Corpus Inscriptionum Latinarum, iniziato da Mommsen
verso la metà del XIX secolo, proseguito dai suoi allievi, e tuttora in
corso di aggiornamento e revisione da parte di epigrafisti di tutto il
mondo.
Per questo contributo ho utilizzato, come punto di partenza, i manuali
di riferimento sulla storia delle truppe urbane e cioè i volumi di Marcel
Durry, Les cohortes prétoriennes, Paris, 1939, rist. 1968 e Alfredo
Passerini, Le coorti pretorie, Roma, 1939, rist. 1969, alla ricerca
di notizie sul ruolo dei pretoriani negli scontri di piazza, parallelamente
a manuali di storia di altri corpi urbani, come quello di Helmut Freis,
Die cohortes urbanae (Epigraphische Studien, II), Bonn, 1967;
l'articolo e i due volumi sulle guardie del corpo germaniche di Michael
P. Speidel, Germani corporis custodes, in "Germania", 62, 1984,
pp. 31-45 e Die Denkmäler der Kaiserreiter. Equites singulares
Augusti, Köln, 1994; o ancora Riding for Caesar: the Roman Emperors'
Bodygard, London, 1994 (quest'ultimo, di carattere divulgativo);
il volume di Robert Sablayrolles, Libertinus miles. Les cohortes de
vigiles (Coll. Ec. Fr. Rome, 224), Roma, 1996; l'articolo di Boris
Rankov, Frumentarii, the Castra Praetoria and the provincial Officia,
"Zeit. Pap. Epigr.", n. 80, 1990, pp. 176-182 (lo stesso autore sta preparando
una monografia sui frumentarii). Mi sono stati di grande aiuto per inquadrare
l'attività di servizio d'ordine delle truppe urbane: la monografia di
Fulvio Grosso, La lotta politica al tempo di Commodo, Torino,
1964 (citato nel testo); l'ampio contributo di Xavier Loriot, Les
premières années de la grande crise du IIIe siècle: de l'avènement de
Maximin le Thrace (235) à la mort du Gordien III (244), in Hildegard
Temporini e Wolfgang Haase (a cura di), Aufstieg und Niedergang der
römischen Welt, II, 2, Berlin - New York 1975, pp. 657-787; ma soprattutto
due lavori di Jean-Michel Carrié: Il soldato, in Andrea Giardina
(a cura di), L'uomo romano, Laterza, 1989, pp. 99-149 (il tentativo
più significativo, a mio parere, di descrivere "il soldato come attore
sociale, come creatore, riproduttore e diffusore di comportamenti e mentalità
[…]", riferito comunque in prevalenza alla figura del legionario); ed
Eserciti e strategie, in Andrea Carandini, Lellia Cracco Ruggini
e Andrea Giardina (a cura di), Storia di Roma, vol. III, t. 1.
L'età tardoantica, Einaudi, 1993, pp. 83-154 (anch'esso citato
nel testo). L'attenzione maggiore è stata riservata a chiarire (a me stessa
prima che agli eventuali lettori) le cautele che è necessario usare nell'impiego
di categorie come "popolo", "forze dell'ordine", "polizia" ecc. per la
storia antica; e l'individuazione di momenti di continuità o rottura nel
passaggio tra sistema repubblicano e sistema imperiale, prima; tra principato
e impero, poi.
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