Zapruder
n. 1, pp. 8-10
Eros Francescangeli, Paola Ghione
La storia in piazza
Buenos Aires, dicembre 2001: in fondo alla grande avenida un fumo
denso, la strada è deserta, i palazzi di vetro delle corporation rifrangono
la luce chiara di mezzogiorno. C'è qualcuno che corre in avanti fuggendo
dai lacrimogeni. Poi dal fumo, in lontananza, al centro della strada,
appaiono un cavallo, tre cavalli, sette cavalli. Galoppano poderosi sull'asfalto
sempre più vicini, governati da robocop alla caccia di corpi in movimento.
La fase eroica della piazza che in tanti pensavano esaurita con il Novecento,
si è riproposta con forza in questo inizio secolo, insieme ai suoi storici
attori: il movimento operaio con i metallurgici in testa e il movimento
contadino. E in questo stridere di elementi di passato e futuro, la sequenza
di Buenos Aires girata dagli attivisti di Indymedia - la carica a cavallo
novecentesca e i robocop - è una delle icone che visualizzano
il passaggio di secolo.
Ci avevano abituati a pensare che, nell'"era digitale", la contiguità
di corpi che si muovono in un determinato spazio pubblico fosse destinata
a marginalizzarsi, se non a scomparire. Invece la piazza, luogo per eccellenza
della socializzazione e della fisicità, ha riconquistato la scena sociale
e politica, si è anzi connaturata come uno dei tratti fondativi dei nuovi
movimenti. È accaduto a Seattle, cogliendo tutti di sorpresa, nelle giornate
del novembre 1999: il vertice del Wto costretto ad essere sospeso, l'ingresso
dei delegati impedito dall'occupazione delle strade, gli scontri di piazza
vissuti poliedricamente come presa di coscienza, pantomima mediatica,
autodifesa o, ancora, atto distruttivo neonichilista. È continuato poi
in occasione di altri vertici dei "grandi" con modalità sempre diverse
ed estendendosi ad altri frangenti. La piazza diffusa della "marcia
zapatista", con l'invasione della metropoli più grande del mondo da parte
di "quei tutti che sono di tutti i colori del cuore della terra". La "seconda
Intifada", cominciata in seguito all'occupazione militare israeliana di
una piazza-simbolo, la spianata delle moschee, a testimonianza della centralità
della piazza come luogo dell'identità e della memoria.
In Italia, nella Napoli del "controvertice" del marzo 2001, nella trappola
di piazza Municipio (con le via di fuga sbarrate), nella caccia all'uomo
iniziata in strada e proseguita nelle caserme "Raniero" e "Pastrengo",
la piazza come scenario privilegiato del conflitto politico-sociale s'impone
di nuovo, imprevedibilmente e con prepotenza, alla ribalta mediatica,
fino allo choc della morte di Carlo Giuliani e degli scontri
di Genova. Da lì è tutto un susseguirsi di piazze: dai "girotondi" alle
nuove manifestazioni "oceaniche" sindacali. Accanto a questa ritrovata
centralità, in un'intricata e non risolta simbiosi con i modelli novecenteschi,
si sono fatte largo forme, rappresentazioni, modalità inedite dell'essere
in piazza che coinvolgono a vario titolo molti soggetti sociali operanti
in diverse parti del mondo (dall'occidente all'oriente), quasi a prefigurare
una piazza globale e plurale - composta da segmenti differenti
di "folla" - e la progressiva dissolvenza dei caratteri nazionali a vantaggio
di quelli locali, in cui il micro trova espressione e si valorizza
nel macro, disegnando una geografia che non si risolve più e
soltanto entro i confini dei singoli stati.
Il 15 febbraio 2003 (la piazza del sentimento contro la guerra, degli uomini e delle donne che pretendono un futuro), le innumerevoli manifestazioni cominciate in quell'ultimo giorno d'inverno che ha segnato l'inizio dell'aggressione angloamericana all'Iraq lasciano supporre che oggi la storia sia tornata a consumarsi anche e soprattutto nelle piazze.
Interrogandoci sulla centralità della piazza nell'agire sociale, iniziamo
dunque il nostro percorso di ricerca. Lo facciamo perché la piazza, intesa
in senso lato (dunque anche la strada, il foro, la corte, ecc.) quando
non come sinonimo di "gente", "folla", "popolo" o come costruzione metaforica
(si pensi alla paura dei "cavalli russi che si abbeverano in piazza San
Pietro", dove quella piazza è addirittura sinonimo di una civiltà millenaria)
è stata, in quasi tutte le epoche e in numerosi quanto differenti contesti,
una delle cornici ideali delle manifestazioni di conflittualità sociale.
Lo spazio per trovarsi e prendere la parola ma anche, in determinati momenti,
agente periodizzante e - come già ricordato - spazio fisico della
costruzione identitaria e luogo della memoria. La storia del
fascismo italiano da piazza San Sepolcro a piazzale Loreto (passando per
piazza Venezia); le piazze fiorentine dei Ciompi; piazza Fontana a Milano
e piazza della Loggia a Brescia; plaza de las Tres culturas a Città del
Messico; plaza de Mayo a Buenos Aires. Sono luoghi che rimandano a eventi,
processi, strutture, idee, sentimenti, di un passato che non passa, si
sedimenta, per poi essere letto da angolature, attraverso filtri e con
finalità differenti.
Questo primo numero di "Zapruder" non si addentra, se non tangenzialmente,
nell'indagine del rapporto tra storia e memoria, come non approfondisce
la questione delle finalità - scientifiche, giornalistiche, politiche,
commerciali, ecc. - delle letture del passato in tema di piazze e conflittualità.
Tre su quattro degli articoli dello Zoom sono centrati sui momenti
"alti", per intensità, del conflitto (rivolte, tumulti, scontri) e del
controllo (la repressione poliziesca) negli spazi pubblici. Le messe a
fuoco e i soggetti sono però differenti. Se Cecilia Ricci concentra l'attenzione
sui repressori, sulla polizia dell'Impero romano, Roberto Bianchi analizza
le piazze in tumulto osservando, in particolar modo, i rivoltosi. Con
il suo contributo, Marco Grispigni valuta i modelli e le dinamiche dello
scontro di piazza nell'Italia repubblicana, allargando il campo visuale
fino a includervi "manganellati" e "manganellatori", "sanpietrinati" e
"sanpietrinatori". L'intervento di Carla Pagliero sposta invece l'asse
dal piano militare a quello ludico-creativo: la piazza
come palcoscenico privilegiato di un teatro "militante" e conflittuale,
dato che - anche in piazza - la conflittualità sociale non può essere
scandagliata solo quando raggiunge le vette della manifestazione politica
o della ribellione violenta. Questi modi di vivere il conflitto sociale
nello spazio pubblico sono percepibili leggendo (perché anche le foto
si possono leggere) il lavoro - in bilico tra saggistica, narrativa e
poesia - di Tano D'Amico che apre la rubrica Le immagini. Nella
stessa rubrica, pregno di significati è il contributo curato da Matteo
Dominioni: sette foto che raffigurano le fasi finali della breve vita
di cinque etiopi, uccisi dai militari italiani, colà presenti per civilizzare
gli abissini e "liberarli" dal Negus, dispotico ras dei ras di una società
basata sui rapporti feudali anziché su un "moderno" codice penale… ancora
in vigore. La rubrica Schegge ospita due interventi che tornano
ad accostarsi al tema portante del numero, mentre le altre rubriche accolgono
- com'era nelle intenzioni di coloro che hanno discusso su forme e contenuti
di questa rivista - articoli che se ne discostano.
Se la piazza torna alla storia, anche la storia (con le storiche e gli
storici) torna in piazza. Pensiamo infatti che vi sia bisogno di spazi
aperti, di luoghi dove trovarsi, condividere percorsi ed esperienze, prendere
la parola, in tanti e diversi, senza presunzioni, per sperimentare insieme.
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